quarantaquattro per due

lo scorso sabato, oltre a regalare Schumann, ho acquistato anche un cd per me. Principalmente con l’intento di conosocere meglio i 44 duetti per violino di Bartok, datati 1931.
Li sto ascoltando ora, in una giornata di indecisione atmosferica.
La consueta maestria, anche nel conoscere e trattare le possibilità del violino, del tutto paragonabile a quella – più conclamata – verso il pianoforte.
Opera assolutamente parallela a Microcosmos per piano, salvo il fatto che la creazione di quest’ultimo ciclo, più mastodontico, accompagna il compositore in una buona tranche della sua vita artistica, e non si esaurisce in un anno solo.
Ma lo spirito è identico. Molto didascalico – concede poco al Bartok più secco, pungente, salace, sardonico (Due ritratti, Contrasts).
Come identico è, per converso alla mancato mordente, l’interesse “topografico” verso il folklore locale. Reso ancor più suggestivo dal fatto che, poiché entrambe le raccolte sono una sorta di gradus ad Parnassum, cioè vanno dal tecnicamente più semplice al più proibitivo, le “Danze popolari” siano sempre viste e rappresentate come vertice del virtuosisimo.
In Microcosmos la chiusura è affidata alle sei vorticose danze popolari bulgare. Qui il quarto libro si connota di accenti serbi e rumeni – valacchi (la regione di Bucarest e Plojesti) e transilvani (la regione di Bistrita).


L’esecuzione, affidata all’ungherese Gyorgy Pauk, accompagnato da Kazuki Sawa, è di livello più che buono.
Ovviamente l’altra parte del disco, cioè la Sonata per violino solo, si scontra con una esecuzione inarrivabile, quella di Yehudi Menuhin, che in questo disco (che ho già citato e vi consiglierò fino alla noia – oltretutto è a medio prezzo) realizza un vero e proprio magistero interpretativo nei confronti di essa e – insieme a Furtwangler – di quel capolavoro della letteratura concertistica che è il Concerto per violino numero due.
Ma anche Pauk si trova a proprio agio nell’esplorare la sonata e la sua suggestiva (ed evidente sin dalla prima cavata della Ciaccona di apertura) matrice bachiana, concreta forma organizzatrice – più che mero nume tutelare – di un linguaggio moderno e del tutto particolare.











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