il volo

Kirill [Petrovic] Kondrashin

musicista e direttore d’orchestra russo nato nel 1914.
Grandissimo talento, brucia le tappe del conservatorio.
Viene spesso messo al pari di Stravinskij quanto a talento direttoriale.
Personalità incredibile e monumentale, protagonista della scena musicale novecentesca.
I grandi solisti dell’epoca: Oistrakh, Richter, Rostropovic, Kogan… cercano lui e soltanto lui.
(Su Karadar.com trovate alcune sue interpretazioni leggendarie).
Personalità forte: conduce senza indugio la prima della sinfonia Babi Yar di Sostakovic.
Testi di Evtushenko. Sullo sterminio degli ebrei in URSS.
Nonostante le “vive raccomandazioni” del regime di dissociarsi da questa messa in scena.


1975, anni 61.
In tournée a L’Aia, una sera esce dall’hotel e scompare. Si reca presso un posto di polizia e si fa mettere in cella di isolamento. L’unico posto in grado di ripararlo dalle ritorsioni sovietiche.
Chiede asilo all’Olanda. In albergo, insieme alla moglie che non ha voluto seguirlo, lascia un “testamento” in cui dice che si sente ancora pieno di progetti da portare avanti e di potenzialità da esprimere. Aveva conosciuto gli Stati Uniti grazie al pianista Van Cliburn recatosi a Mosca per un concorso, era stato ricevuto dal presidente in persona, e con la mente era rimasto in Occidente.
Ha sessantuno anni e vuole ancora spiccare il volo.
Ricominciando quasi daccapo –
ad Amsterdam, con un “amico competitore” sul podio del calibro di Klaus Tennestedt.


Sei anni dopo, il sette marzo 1981, deve dirigere la prima di Mahler, nella diffidenza generale.
L’esecuzione stenta durante il primo movimento, si riprende nel secondo, si consolida nel terzo.
Ed il Finale è uno dei più belli e coinvolgenti mai ascoltati.
Il Finale con la sua gioia primigenia, quella di un Mahler che ancora non ha elaborato in musica il suo tormento interiore.
Poche ore dopo l’esecuzione, muore a casa sua.
Si capirà poi che gli “addio” che ha riservato ai più cari amici prima di salire sul podio erano un vero commiato – la sensazione, esatta, di un malore già in nuce.


Così, dopo avere messo in gioco te stesso, sei morto mettendo in scena la vita.
E’ un sapore che lascia quasi smarriti. Ascoltate il finale della Prima Sinfonia “Titan”, in qualunque versione – e provate a coglierne l’ossimoro (?) con qualcosa che nega se stesso.

…e noi, che pensiamo alla felicità come ascesi, avremmo l’emozione, che quasi sgomenta, di una cosa felice cadendo. (Rilke , Decima Elegia duinese, 110 ss.)

























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2 Risposte

  1. ma tu, di te stesso, non parli mai?

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