bad mood compilation

lo ammetto, ho ascoltato la Quinta sinfonia di Schubert con finalità lenitive.
Tutta ‘sta pioggia si è portata via un bel po’ di buonumore. Per fortuna oggi, dopo uno scroscio mattutino, ampi squarci nelle nuvole sembrano far intravedere il meglio.
Nei picchi del malumore sono andato a ricercarmi una dissertazione sul tema “musica e depressione”, anche se quest’ultima per me e’una parola grossa, nel mio NG di riferimento. A parte alcune banalità – presago di quelle che avrei potuto dire io, mi son limitato a intervenire per consigliare la Quinta gia’ citata – e’ venuta fuori una segnalazione da tenere presente.
Una ragazza, vivendo la cosa da dentro, ed essendo fortunatamente uscita se non dal tunnel almeno dai suoi recessi piu’ oscuri, ha testimoniato le virtu’ terapeutiche del quartetto per archi in fa maggiore di Maurice Ravel. Scrive che non sarebbe stata neppure in grado di alzarsi dal letto senza quella musica.
Incuriosito – pur senza condividere la stessa esigenza: a me pensano gli operai al piano di sopra, tutte le mattine alle ottoezerouno – afferro l’edizione che posseggo, quella del Melos Quartett. Non “ripasso” il quartetto da tempo.
Mentre attendo le prime note, mi colpisce ancora la copertina del disco: gli strumentisti ritratti davanti ad un canneto, ciascuno col suo strumento nella custodia e… l’ombrello aperto.
Subito la stanza e’ avvolta da peculiari accenti.
Sembra di trovarsi in quei film esistenzialisti francesi, parlati a bassa voce in interni, in cui si raccontano sentimenti, ma sottovetro, spesso incapaci di emergere brutalmente. Ed in cui si racconta sottovetro, con toni soffusi, ma di sentimenti. Non a caso in uno dei più emblematici, Un cuore in inverno di Sautet, ricorre proprio Ravel (il trio, pero’).
Note che preferiscono suggerire piuttosto che affermare. Che dilagano nella dolcezza tematica d’insieme, crepuscolare, oppure, subito dopo, sprigionano una microscopica energia in cellule sonore elementari, in nervosi pizzicati o trilli improvvisi. Senza mai pero’ sfociare in un clima trionfalistico o anche solo narrativo.
Il dolceamaro di Brahms (di cui parlai a suo tempo) viene raggiunto, ma per altre strade. Attraverso aromi tipici, particolari: eleganti, mai ruvidi, ma determinati e persistenti.
La musica sembra codificare un’inclinazione caratteriale e convivere con essa, anziche’ essere – come nel Brahms – racconto e riflessione sulla vita che necessariamente evapora.

Sulle prime non vedevo il possibile carattere taumaturgico.
Pensandoci, puo’ essere, quando si sta male, che non ci si accontenti di – o non si sia ancora pronti per – un subitaneo ottimismo cosmico. Qualcuno vuole esser preso, portato – senza eccessi – al cuore del problema, vederlo diluito, sciolto, condiviso, ripartito. E poi risalire dolcemente.
Ravel e Schubert: una bella accoppiata. Sono approcci diversi per individualita’ diverse.
L’ideale sarebbe formarne i due lati di un long playing, da gestire indipendentemente e senza rapporti gerarchici, a proprio piacimento.

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4 Risposte

  1. scrivi davvero bene! complimenti

  2. sei molto gentile! scrivere di musica classica è un modo per me molto importante per partecipare (senza imporre) le emozioni che provo. La musica classica è una delle poche cose che mi danno autostima (l’ho coltivata in modo totalmente autonomo dall’ambiente familiare, per esempio) e che mi aiutano a migliorare il mio tono umorale. Passa spesso a trovarmi su queste pagine, sei la benvenuta.

  3. Leggendo questo bel post ho tratto ispirazione per un mio intervento, la musica fa sempre bene!

  4. vengo subito a leggerlo….!

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