un universo in qua…


un universo in quattro minuti


in questi giorni sono solito ascoltare più volte al giorno la Sinfonia n° 9 in do maggiore di Schubert detta “la grande”.
Tempo fa avevo letto su qualche rivista estemporanea che l’ascolto della Quinta sinfonia del sommo Franz ha forti proprietà antidepressive.
Sarà che non sono ancora bisognoso di “quinte” (almeno sinfoniche! smile), ma dirotto sulla nona.
E penso a quanto di questo Schubert dalla “divina lunghezza della sinfonia…” (parole di Schumann) si giochi anche sul dettaglio.

In una partitura caleidoscopica, ricca di infinite suggestioni tematiche volta per volta giocose, lente e marziali, è proprio un particolare che a mio parere fa la differenza interpretativa.
Parlo del passaggio, nel primo movimento, dal tema introduttivo (Andante) a quello principale (Allegro ma non troppo).
La novità non è tanto nel contrapporsi in sé di tempi eterogenei. Infatti la prassi, da Haydn in qua, lo prevede spesso e volentieri, addirittura lo prescrive. Starà poi ai grandi sinfonisti svincolarsi progressivamente da questo cliché.

Qui si inizia con un tema in forma di corale: rigoroso, luterano, teutonico. Esposto dai fiati. E l’intervento degli archi, a chiusura della prima frase, sembra conferire andamento sereno e senza scossoni alla esposizione, che prosegue con alcune maestose ricapitolazioni della prima parte (fiati aumentati) e l’introduzione della seconda parte del tema, questa invece ricombinata e parzialmente sviluppata con nuove cellule tematiche.
A questo punto gli archi cominciano a sviluppare un tessuto ornamentale intorno al tema. Quasi una brezza.
Quanto questa sia foriera di tempesta, sinceramente, non possiamo aspettarcelo: siamo spiazzati dalla ricchezza degli elementi, al punto di credere che questo preambolo sinfonico costituirà tutto il movimento. Per di più anche questo tema pare ora spostarsi verso un doloroso episodio in minore, ricevere la sua elaborazione, non esaurirsi…
Ed invece, in otto battute contrassegnate da un ostinato figurativo, da una ripetizione compulsiva, la tempesta. O meglio uno stargate spazio-temporale che ci conduce, con una brusca accelerazione, in un giardino delle Esperidi completamente diverso dal punto di partenza.
Soleggiato sì, ma mediterraneo, allegro e lieve anche negli incisi in cui il sole si filtra di austerità.
Non torneremo più indietro al tema dell’introduzione, per inciso, se non al termine del primo movimento, dove esso farà capolino ma come da una finestra, sovrastato dal clima che respiriamo qui, impossibile da riafferrare.

La ricchezza tematica prosegue ai massimi livelli lungo tutta l’avventura di questa meravigliosa sinfonia, quattro movimenti di quindici minuti circa ciascuno. Ascoltatela per intero e mille saranno gli episodi su cui soffermarsi.
Io ho scelto, tra gli altri, questo sprazzo per arrivare alla mia convinzione che sulla buona resa interpretativa di quello stargate si giochi gran parte del risultato.
E questo non tanto e non solo per la novità della costruzione: si tende, in Haydn ed anche nel Beethoven delle prime due sinfonie, ad esaurire materialmente la fase introduttiva ed a far nascere il tema principale più o meno dal nulla; qui in Schubert la autonomia dei due temi riceve inedita coesione dall’andamento della scrittura. Abbiamo una congiunzione, un dittongo anziché uno iato.
Ma soprattutto l’importanza sta nel profondo carico estetico ed emozionale che ho provato a descrivere.

Tra gli interpreti che ho in discoteca, Karl Bohm (ritenuto tra i massimi schubertiani), ed Istvan Kertész (pregevolissimo direttore prematuramente scomparso), affrontano il passaggio forse troppo superficialmente, uniformando la dinamica dei tempi nei due episodi – Bohm al rialzo, Kertész al ribasso.
Questa sinfonia ha invece – come l’Incompiuta, cui sono legatissimo anche se non ne abbiamo parlato – un interprete secondo me ideale in Neville Marriner. Direttore molto sottovalutato (succede), ma nitidissimo nell’approccio agli elementi strutturali dialettici e ritmici, che sono di massima importanza in queste due partiture.
Mi auguro dunque che questo cofanetto vi scaldi il cuore. Con la quinta o con la nona, con quattro o con trecento minuti.


























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