appunti sul con…

appunti sul concerto di stasera


il programma verteva in ultima analisi sul significato del concetto di orchestra (o di ensemble: quindi di insieme, non importa di quanti membri) nella musica contemporanea.
Donatoni, il più rigoroso formalmente, è incline a connotare il tutti di un significato pregnante e “positivo” rispetto al discorso musicale. Anzi, inverte i termini della questione dinamica rispetto al consueto: enuncia un tema, ne affida lo sviluppo a gruppi di strumentisti e “depista” l’ascoltatore con episodi solistici estemporanei, trilli, virtuosisimi quasi ornitologici. A questo proposito occorre sottolineare la bellezza dell’episodio flautistico.
Petrassi, al contrario, si spinge in lande linguistiche per lui desuete, contrassegnate da un’anarchia che è propria ad esempio di certe composizioni di Elliott Carter.
Scrive: “non c’è più un’idea che si deve sviluppare e i cui passaggi debbono sempre conservare un punto di riferimento in quella; il modo di procedere è dato invece da un susseguirsi di idee che nella loro diversità devono, alla fine, avere una parentela”.
Un “devono” a posteriori, che sa molto di operazione innovativa più che interpretativa.
Berio dal canto suo (sarò parziale, ma trovo sempre in lui i massimi esiti di scrittura) appoggia il tessuto orchestrale sugli equilibrisimi puntillistici del pianoforte, in una sorta di Sequenza per pianoforte accompagnato.
Infine, in prima assoluta per l’Italia, la nuova composizione di Ivan Fedele “raggruppa” l’orchestra e gioca con stilemi bachiani e con la suddivisione dello spazio: la rende “unita” come può dirsi che lo siano le voci di un contrappunto.

Sugli interpreti niente da dire: Pierre Boulez e l’Ensemble Intercontemporain – di cui fa parte anche il pianista solista in Berio, Dimitri Vassilakis – rappresentano lo stato dell’arte nell’esecuzione della musica contemporanea. Un gioiello di interpretazione, e non c’erano dubbi su questo.

La questione “filosofica” che questo concerto porta, una volta di più, alla mia attenzione..
La curiosa antinomia della musica dodecafonica e post-dodecafonica, per cui l’accentuazione della forma (strutturalismo, attenzione estrema alla matematica, alle relazioni tra le note, tra le parti, persino tra i gruppi orchestrali) conduce ad una liberazione dalla forma nel momento della percezione d’ascolto.
Questo nella misura in cui le componenti estetiche che più attecchiscono e permangono sono sempre virtuosismo (alias cadenza, episodio solistico) ed atmosfera (alias tessuto, nachtmusik, spazializzazione). L’elemento collettivo-di sviluppo tende a disperdersi ed a distribuirsi nei primi due (ribadisco: al momento finale, uditivo; non sul piano del linguaggio formale né dal punto di vista della composizione).
Berio e Petrassi codificano questa sensazione. Donatoni la nega ma ci ricade: il flauto si fissa nel cervello più delle avventure tematiche. Fedele si ostina, porta avanti un discorso formale – pregnante proprio sotto l’aspetto della polifonia, della variazione etc. – ,ma è significativo che un’ascoltatrice radiofonica, avendoci parlato appena rincasato, lo abbia – a caldo – definito “pomposo”. A me, cui non è dispiaciuto, è parso che l’autore avrebbe dovuto usare, in luogo di “drammatizzazione dello spazio”, il termine “spazializzazione del dramma”: trovo molto riuscita la dilatazione (a mo’ di Ligeti) della materia sonora, non vedo proprio l’aspetto drammatico – se non nello stacco tra i cinque movimenti in cui è ripartita la composizione.

Infine la sorpresona della serata: gli ascoltatori più anzianotti (di solito, “quelli che….la musica è finita con Brahms”), si spellavano le mani e si sgolavano.
Però!



















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