stanze e danze Alba…

stanze e danze


Alba Donati. Il suo ultimo volumetto, Non in mio nome, scorreva tra le mie dita l’altro giorno in libreria – nell’angusto cantuccio del reparto poesia, vera riserva indiana ormai, mi colpivano le sue parole e la sua prova.
Lo delibo ancora in ampi stralci, in forma di “ex-inedito”, su internet.
E’ composto di due sezioni: l’ultima – eponima – è in parte qui, insieme ad una più globale silloge ed un’intervista. Ma la metà più riuscita è a mio giudizio Portovenere, in cui lo stile si depura di una eccessiva vis esistenzialista e messaggistica.
E realizza compiutamente quel mirabile equilibrio tra narrazione e sinestesia, quel suggerire che sta tra asserire e rappresentare, e che salvaguarda l’unitarietà della costruzione ma anche e soprattutto la soggettività della percezione e la rielaborazione, l’appropriazione da parte del lettore.
Un epos di delicatezza, un ossimoro entro cui la pur violenta ed emozionale meditazione sulla morte cede, soprattutto nelle stanze intermedie (le migliori), ad un frasario di trasfigurazione e di amore color pastello.

…ravviso una doppia x, una genetica superiorità femminile nel districarsi tra il citato equilibrio – in poesia come in prosa: Merini, Rosselli, ma anche Arundhati Roy…noi maschietti, di solito, siamo un po’ più schiavizzati dalla sirena metrico – formal – retorico – fonetico – associativa…

In musica, forse, un’eccezione.
Quella Pavane pour une infante défunte di Maurice Ravel, che, per ammissione dell’autore, deve intendersi come un richiamo all’antichità piuttosto che alla fine della vita – una fanciulla del tempo che fu che esegue una pavana. Ma che, anche per la scelta del titolo, ci porta in un’atmosfera fatata e dolceamara: senza pianti a dirotto, anzi con un sorriso – eppure con una sottile angoscia per questa danseuse il cui futuro (realizzato o spezzato) ci è ignoto tranne che nell’evidenziato esito. Un pacato bittersweet mood che soffusamente, crepuscolarmente illumina la scena dalle finestre sul retro, le trame dei merletti, le chiome e le movenze quasi meccaniche.
Di una luce del tutto simile a quella che permea, morbida, le scarne profondità del Serchio e del Tirreno.

Vi propongo la terza ed ultima strofa di questa pavana nella celebre interpretazione di Pierre Boulez, particolarmente struggente e dolce, grazie anche al primo piano dell’arpa.















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