A small eternity (wi…

A small eternity (without Yoko Ono)


L’ultimo post di Greg Sandow (link ad ore 5) calamita la mia attenzione sulla recente “composizione” del norvegese Leif Inge, 9 Beet stretch. Che altro non è che ciò che il titolo stesso dice. Un allungamento della Nona sinfonia, la cui partitura si estende tradizionalmente poco oltre l’ora, fino a coprire l’arco di un’intera giornata.
Potete ascoltarlo in streaming o in mp3. Consiglio di sperimentarne soprattutto il secondo e l’ultimo movimento.

Vero e proprio stretching tissutale, quasi da dover tirare in ballo il mio alter ego Mercurio, questo procedimento ci catapulta – volenti o nolenti – entro una diversa dimensione d’ascolto, che stravolge il nostro concetto di musica e soprattutto, direi, di utilità della musica. La “scrittura” classica perde tutti i suoi dettami in un continuum di fissità (ossimoro), e disvela i nostri pre-giudizi formali, costringendoci ad un ascolto privo per noi di ragguagli, di appigli strutturali consueti – primo tra tutti quello tematico. Un intervallo si dispiega in più giri di lancetta, e l’intero materiale sonoro si porta dal proprio inizio al termine secondo logiche impercettibili.
Discutibili a questo proposito i rilievi di Ben Sisario sul NY Times [registrarsi gratuitamente] sulla maggiore adeguatezza (rispetto a Feldman per esempio) del capolavoro di Beethoven a questa dilatazione, anche a motivo della sua complessiva riconoscibilità. Sulla quale ultima ho una legittima suspicione di “senno del poi”: avete presente Mike Bongiorno quando cazzia i bimbi di Genius che hanno risposto male, ma non prima di aver controllato la risposta sul copione?? In generale mi sembra che l’effetto deformante utilizzato da Inge sia incline a privare della propria identità strutturale un qualunque compositore ed una qualunque opera, degradandoli a mero punto di partenza verso lande assolutamente nuove. Nelle quali, ad esempio, brevi colpi di timpano divengono massi nell’abisso.

Più interessante da discutere mi sembra l’apporto che questa creazione fornisce al concetto di spazio e tempo in musica. Che può ben partire dalla epigrafe dello stesso compositore nella download page: la nona di Beethoven non è mai stata così vicina all’eternità.
Decifrare e commentare questa frase è solo apparentmente facile perché da essa si snodano molte proposizioni parallele.

Noi mortali dovremmo avere un concetto di eternità del tutto sottoposto ad una teologia negativa di matrice indiana: “Nell’istante in cui parli [o rappresenti] una cosa, essa ti sfugge”.
Quindi la citata vicinanza all’eternità dovrebbe intendersi come minima imprecisione della sua rappresentazione. Che peraltro sopravvive tendenzialmente all’esistenza terrena del suo autore…senza che ciò ne determini una intrinseca eternità…ma questo ci porta su una dimensione escatologica troppo fine per il sottoscritto.
Nelle mie rimuginazioni (che potrete tracciare cercando nel blog) mi sono imbattuto in diverse forme di relazione tra tempo ed eternità.
La musica sacra di Fauré o Mozart (in particolare certe parti dei Requiem e l’Ave Verum Corpus del secondo, di cui mi ha folgorato la lentissima lettura di René Leibowitz – disponibile su karadar) ci porta di fronte al mistero dell’eternità e del divino in termini di lentezza che equivale alla nostra stupefazione.
Bruckner, dal canto suo, nelle sue monumentali sinfonie, testimonia la sua religiosità con una dilatazione non solo temporale ma anche spaziale: si pensi all’incipit della Settima, con quel vibrato dei primi violini, subito ripetuto dalle seconde parti, che sembra originarsi e dirigersi verso un qualcosa di preesistente alla materia.
Ma in tutti questi compositori, il significato non travalica mai la costruzione, rimane negli argini di una scrittura compiutamente “classica” (mi raccomando il virgolettato). Quasi a ribadire che la rappresentazione non può mai diventare essenza, in piena conformità con quella teologia negativa di cui parlavamo.

Ben diverso l’approccio in Gyorgy Ligeti. Con un poderoso ampliamento concettuale, l’eternità diviene fissità. Lux aeterna (per coro misto a sedici voci – famosa per l’utilizzo in “2001 Odissea nello spazio”) capovolge il concetto di essa come grandezza temporale in favore di una complessità metafisica, fatta di uno spazio immobile ma cangiante.
Come qualcun altro aveva descritto, in altre forme, qualche secolo prima, (Par. XXXIII, 115-120):


Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.



In questo modo, il fattore tempo esce dal suo solitario contesto e si lancia al di là di se stesso. Lo spazio catalizza il tempo e lo connota di un’antitesi unidimensionalmente irraggiungibile.
Questo comporta lo stravolgimento, in musica, di ogni construtto tematico, almeno come noi lo intendiamo, anche sulla base di un concetto di utilità e piacere dell’ascolto cristallizzato da secoli su alcuni punti fermi quali: invenzione tematica radicata su un intervallo temporale ragionevolmente breve.

Se Ligeti riesce a cogliere appieno il proprio risultato in sette minuti circa, Beethoven appartiene ad altro dominio cultural-musicale. La sua sacralità, peraltro assolutamente laica e umanistica (quindi trascendente rispetto al singolo ma non all’umana società, ai millionen del coro finale), si ricollega, in termini descrittivi, ai punti fermi già citati.

Per chiudere, l’operazione di Leif Inge non apporta niente all’eternità beethoveniana, che rimane così singolare, eterogenea, contraddittoria perché terrena! Piuttosto, Beethoven costituisce per il compositore norvegese una stoffa, o meglio una plastilina con la quale realizzare, in termini assolutamente nuovi e novecenteschi, il proprio processo creativo e conoscitivo. Con un apporto che colpisce più dal lato della rarefazione e della immobilità del tessuto piuttosto che della sua gigantizzazione e dilatazione. Dal lato dello spazio piuttosto che da quello del tempo.































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