scienza sangue terra…

scienza sangue terra e cuore
(lettera aperta)


Caro Maestro,

da tempo volevo scrivere un post su di te. Qualcosa che divulgasse il tuo orginale modo di comporre, così stratificato direi.
In questi giorni convulsi e nelle correlative notti insonni – come questa – mi sono immerso nella tua musica. Nelle pagine consuete ed in quelle che riposavano da più lungo tempo, in tracce dimenticate dei miei cd.
E’ stata un’esperienza (non ancora terminata, peraltro) faticosa ed affascinante.
Gli ascolti sono stati generalmente inebrianti. Il dato sensoriale è quello di avere percepito davvero un grandissimo della musica. Uno che se avesse avuto la capacità autopromozionale di uno Stravinsky, sarebbe stato ben più copiosamente incensato.
Certo, la tua musica non è “facile”.
Circa tredici anni fa mi regalarono il primo cd bartokiano della mia collezione (i primi 2 concerti per pianoforte, con Pollini ed Abbado)… insieme a prima e seconda sinfonia di Beethoven!
A parte l’arditezza dell’accostamento (dovuto per lo più a motivi anagrafici, stessa iniziale), mi colpiva la scarsa comprensibilità dei “modi”. Termine pregnante per te.
Allora il mio orecchio aveva appena finito di digerire certo Mahler. Poi si allenò maggiormente.
Fosti dunque una palestra, ed a tua volta una rampa di lancio verso uno stadio ancora meno tonale.
Ma mi ci volle un po’ ad afferrarti. In che maniera? Nell’unica possibile: concentrazione, rilassamento, lasciarsi andare – fare di se stessi un appiglio emozionale per il nuovo.
Ha funzionato.

Devo dire – ed in una certa misura è anche ovvio – che non posso apportare granché di nuovo sul piano esegetico a quello che tu stesso hai detto nella tua autobiografia.

Lo studio di questa musica contadina è stato per me di importanza decisiva, poiché mi ha rivelato la possibilità di una completa emancipazione dall’egemonia del sistema maggiore-minore. Infatti la parte più valida di questo scrigno di melodie sta nell’impiego degli antichi modi greci ed ecclesiastici ed in alcune scale ancora più primitive (in particolare quella pentatonica), e nella varietà e libertà dei ritmi. E’ evidente che i modi antichi, non più in uso nella nostra musica seria, posseggono ancora una loro vitalità. La loro utilizzazione rende anche possibili nuove combinazioni armoniche. Il loro trattamento della scala diatonica conduce anche alla liberazione dalla scala maggiore-minore, ormai pietrificata [erstarrt], e infine a un uso completamente libero di ogni nota del nostro sistema cromatico.

Qui c’è quasi tutto di te.
La passione per la etnomusicologia, cioè lo studio delle tradizioni popolari, ha portato alla “combinazione”, cioè alla dilatazione del linguaggio musicale. Che è cosa diversa dalla sovversione attuata dalla scuola viennese, perché non possiede il giudizio di negatività verso il sistema diatonico, ma semplicemente fa propria l’urgenza di rivitalizzarlo.
Inoltre, non hai mai applicato questa spinta innovatrice alle forme entro le quali il linguaggio si organizza. Anzi, hai compiuto massicci studi del contrappunto bachiano e, sono convinto, lo hai sempre ritenuto un’espressione assolutamente vitale ed attuale. “Pentagramma canta”: la Musica per archi percussione e celesta (forse il tuo capolavoro) e le opere più mature per violino sono esempi emblematici – ma non isolati – di tale alta considerazione.
In questo, nonché nella circostanza per cui il tuo interesse scientifico nel riproporre ed esporre antiche tradizioni ti ha persuaso a volte a comporre con la massima semplicità formale (Danze popolari rumene), sta la tua cifra. Quella stratificazione di cui parlavo all’inizio.
E perdonami la stringatezza.

Credo però che la copiosa bibliografia a te dedicata contenga dovizia di argomenti conformi a quanto sopra, pronunciati da voci clamorosamente più autorevoli della mia.
Allora voglio spostare il discorso su quanto l’ascolto si sia intrecciato alla riflessione sull’uomo Bartok.

Negli anni, anche con un orecchio ipertrofico, mi è rimasta la sensazione di un compositore di grandi qualità ma anche di grande parsimonia emozionale.
Non fraintendermi. Non ho avvertito freddezza, ché anzi il Primo concerto per pianoforte o il celebre Secondo concerto per violino, o ancora il Mandarino meraviglioso, se ben eseguiti, presentano una feralità, una carnalità inusitate. Però era come se tu ti appropriassi, trasponessi in musica emozioni non tue, ma della coscienza collettiva.
Mentre ascoltavo il concerto per violino ed il possente attacco di cavata di Yehudi Menuhin, alle primissime battute, ho annotato su un foglio, per non scordarmele, le parole VIRTUOSISMO INTRISO NEL SANGUE.
E nella terra, dato l’apporto popolare già evidenziato.
La grande razionalità con cui hai saputo trasfondere questi valori in strutture estremamente complesse e rigorose – e la stessa enfasi che a queste davi all’atto di spiegare una tua composizione – finiva ai miei occhi col renderti “uomo di scienza” nel senso più meccanicistico del termine, quasi preoccupato di dare un fondamento, un background logico e funzionale, ma prima ancora ontologico, all’Idea, alla scaturigine irrazionale che poi costituisce l’ispirazione tematica.

Anche se la fase giovanile della tua produzione, più classica, mi poneva già seri problemi di dialettica tra estetica e rappresentatività, quanto sopra valeva per i tuoi capolavori, ed è un marchio che ti portavi dietro.
Fino ad arrivare ad un primo giudizio di rispondenza dell’uomo all’artista.

In questi giorni è arrivato un approccio da parte mia più ponderato a due tue composizioni certo meno quotate.
In primo luogo il Concerto per violino n°1, scoperto dopo la tua morte anche se composto precedentemente al più illustre “fratello”.
In esso salta all’occhio la rarefazione delle modalità “extratonali” (chiamiamole così) a favore di un linguaggio più convenzionale ed appassionato. Il lungo movimento introduttivo è una lunga serenata con tutti i crismi del genere. Per poi lasciare spazio alla chiusa con un Allegro con precipue finalità di esaltazione del solista.
Ho letto poi che il Concerto è stato scritto per amore di una giovane violinista che rifiutò le tue avances. Ed ho cominciato a riflettere su quanto la tua professoralità nascondesse qualcosa di più.

La svolta è avvenuta con l’ascolto del tuo Terzo ed ultimo concerto per pianoforte. Che non hai fatto in tempo a completare per poche battute (lo ha fatto il tuo allievo prediletto Tibor Serly).
Sulle prime, niente di più diverso dal tuo stile. Pu-ro-Rach-ma-ni-nov.
L’incipit: una melodia dipanata e serena!
…???
Tu sei emigrato a New York per colpa del nazismo, e non ti sei adattato più di tanto.
Sei povero, anzi diciamo pure che stai alla canna.
Vivi – pur da lontano – in tempo di guerra.
E soprattutto, stai morendo di leucemia. Purtroppo.
Dove trovi le forze materiali e morali per scrivere – per giunta in una sola estate – così pianamente e positivamente?

Forse – ho pensato – nella circostanza che l’America ti ha velatamente commercializzato. E forse lo ha fatto anche il tuo need for cash. Sei sicuro che, nella patria Ungheria, avresti accettato di scrivere un movimento in più “perché altrimenti il 78 giri non si riempie abbastanza”? In Contrasts l’hai fatto con il pezzo intermedio…
…l’amarezza ha già lasciato il posto ad una prima empatia, al tuo essere uomo di carne.
Una cantante che qui in Italia amiamo molto canta “Come si cambia per non morire…”.

Ma poi il libretto mi ha aperto la mente alla verosimile ipotesi che questo concerto sia stato pensato per una tournée della (seconda) moglie Ditta.
E tutti i collegamenti mi sono saltati fuori, fluorescenti.
“Come si cambia per amore…”, prosegue la cantante.
E tu in questo concerto muori, progressivamente scompari col tuo stile, con quelle piccole isole pentatoniche che annegano nel mare della tonalità.
Svapori. E per amore.
Lasci un te stesso che non è più un te stesso. Una rinuncia quasi completa alla tua cifra personale.
Perché tua moglie è sì una brava pianista, ma non ai tuoi livelli. Niente cadenze vertiginosamente barbariche per lei, come nei concerti precedenti.
Il tuo amore per una donna rende questo concerto per molti aspetti un simulacro. Ma in questi tempi diffcili che dopo di te la attendono conta più il nome dello stile.

Ecco, chiudo questa lettera con la lacrimuccia (sì) che mi è scesa sulla guancia. Con un giudizio diverso sulla tua discontinuità di risultato artistico. E col tuo cuore insospettato e ritrovato.
Adesso devo dormire, perché non sono molte le persone a cui frega di queste mie peripezie alla ricerca delle tue corde intime. E domattina si sgobba.
Ma sappi che l’affresco emozionale che ho provato a descrivere è stato uno dei più appaganti degli ultimi anni. E che mi spinge ad inoltrarmi ancora più profondamente nella tua musica.

Grazie, Maestro Bela Bartok, ovunque tu sia.

Tuo affezionatissimo
bobregular











































































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4 Risposte

  1. caro bob, finalmente il post su bartok tanto atteso! ora lo scarico lo stampo e me lo leggerò con calma a fine giornata, dopo il lavoro – sappi però che il grande musicista non amava l’esser chiamato maestro. preferiva infatti il titolo più frugale e pragmatico di professore. buona giornata. pop

  2. può darsi. E’ in linea con il personaggio. Ma il bagaglio epistemologico emozionale che l’arte trasmette non appartiene più all’artista ma all’ascoltatore, pertanto secondo me è lecito andare oltre la filologia. Del resto questo è un post emozionale. Buona giornata anche a te!

  3. Complimenti, più o meno alla stessa ora stavo dando il biberon al piccolino e avevo la stessa lucidità di Maradona quando non giocava. Sai, credo che il professore temesse qualcosa in più della povertà da un eventuale rientro in Ungheria. Altra cosa: su una sonata per violino e piano di Bartok ho capito davvero la differenza tra un grande interprete e uno normale. La sonata si apre con un’aria deliziosa che poi si ripete, ma su due corde. Nella prima incisione che ho ascoltato, una giovane violinista sembra lavorare benino, ma se si ascolta con attenzion si nota che la seconda corda non è pulita come la prima. La seconda incisione è un vecchio concerto di David Oistrach, una specie di bootleg, pubblicato in Cecoslovacchia. La differenza è che la seconda corda è limpida e lirica come la prima, quasi fossero due i violinisti. Un altra composizione che mi ha insegnato qualcosa è l’immenso concerto per solo violoncello del collega Kodaly. L’ho ascoltato inciso da Yo Yo Ma e avrei detto che era stupendo se non avessi avuto in casa l’esecuzione anni ’50 di Janos Starker, che suona, oltre con tecnica impareggiabile, con un’energia che si ritrova solo in certo rock, ma anche perché lì l’energia è anche elettrica non solo umana e culturale.

  4. Uno scritto accorato. Leggerò l’autobiografia.

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