Arte rivelatrice Vi…

Arte rivelatrice


Vi accennai ad un fantomatico allestimento imperdibile, in cui mi sono imbattuto durante la mia puntuale febbretta invernale.
Si trattava dell’oratorio Theodora di Georg Friedrich Haendel (libretto), andato in onda su Classica all’inizio del mese (proprio l’1 pomeriggio se non sbaglio).
Lo spettacolo è quello di Peter Sellars per il Glyndebourne Festival del 1999.

L’oratorio è tradizionalmente un’azione statica, mutuando da Wagner e dal suo Parsifal. L’ossimoro è solo apparente, poiché la tradizione oratoriale, per definizione, fonde insieme il genere epico lirico e drammatico. Esattamente come l’opera, ma la sua connotazione è più meditativa rispetto alle opere tradizionali (mentre paradossalmente c’era più libertà di forme in rapporto ai canoni dell’opera seria settecentesca). Non esiste dinamismo nei personaggi, nessuna indicazione attoriale. E soprattutto – ed in questo senso l’analogia con la tragedia greca è vivissima – è centrale il ruolo del coro, a cui spesso è affidato il compito di trarre una lezione morale e religiosa dagli eventi raccontati.

Come trasformare tutto questo in qualcosa di rappresentabile scenicamente?
Sellars sceglie due strade.
Anzitutto il linguaggio del corpo, per cui ad ogni parola simbolicamente pregna (Dio, il cielo, la vita, la libertà) corrisponde un gesto specifico. In questo modo l’aria diviene qualcosa di fortemente spaziale, leggiadro e carico di dramma ad un tempo.
Poi la trasfigurazione del soggetto – e chissà se il regista si immaginava di quanta almeno parziale profezia potesse connotarsi la sua interpretazione!
I colonizzatori Romani, persecutori dei Cristiani, indossano tute dell’Esercito Americano, il Governatore di Antiochia è un politico in perfetto stile White House, il popolo di Antiochia brandisce lattine di CocaCola e indossa felpe Nike, ed i crocifissi sono i lettini dell’iniezione letale!
Vi assicuro che l’effetto è devastante, fa scorrere letteralmente via 200 minuti, e non lascia indifferenti. E credo che quando un’opera d’arte costringe alla meditazione sulla realtà, sul presente e sul futuro, sulla globalità delle sorti umane, quindi quando l’arte in definitiva scavalca se stessa (ma senza pretestuosità) per attecchire così profondamente all’osservatore, siamo vicini al concetto puro di essa, forse al suo concetto di “verità” (molto virgolettato), almeno come lo intendo io.

A ciò si aggiunge tutto l’aspetto musicale.
Theodora è uno degli oratori più riusciti di Haendel, ed appartiene alla sua piena maturità (1750). Eleganza, cura del canto, variegatezza della linea melodica sono perseguite quasi maniacalmente.
Per inciso, forse l’oratorio handeliano è una delle esemplificazioni storiche più incisive, e gratificanti all’ascolto, del concetto di “trattar la voce com’instromento”. E’ una mia sensazione che vi sottopongo.

Detto questo, il cast vocale e strumentale è di livello alto con punte di eccezionalità. Tutti gli interpreti sono dotatissimi sul piano squisitamente esecutivo e assecondano al meglio le esigenze dinamiche cui accennavo. Tra essi, più che la “star”” Dawn Upshaw (Theodora) mi ha impressionato la nitidezza del controtenore David Daniels nei panni di Didimo; oltre ovviamente al “solito” William Christie, uno dei più grandi direttori viventi e certamente il più osannato specialista del barocco in circolazione.

Non tutta l’influenza viene per nuocere!!






















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Una Risposta

  1. Commento questo post datato. Ho visto la Theodora di Sellars: stupenda, imperdibile. Tra l’altro, conoscerai le sue regie mozartiane, sempre al Glyndenbourne (l’unico che gli pagava anni di lavoro e mesi di prove per permettergli di insegnare ogni singolo movimento a ogni singola persona in scena). Capolavori.

    David Daniels è un grande artista, forse il migliore controtenore vivente (non a caso – nota frivola – è il più pagato…Lo so, il cachet in sé non è una garanzia).

    Insomma, mi ha fatto piacere trovare questo post. 🙂

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