Vivaldi who? …the…

Vivaldi who?


…the one who wrote 400 times the same concert?

anche se non so ritrovare in rete l’esatto tenore della famosa stilettata di Igor Stravinskij, doveva suonare più o meno come sopra.
L’aforisma sottolinea, enfatizzandolo, il diverso valore cogente che la “forma” (intesa come procedimento obbligato compositivo) esercita sulla “sostanza” (intesa come quodlibet espressivo) nelle differenti epoche storiche. Un processo di “liberazione dagli schemi” è ravvisabile nell’evoluzione storica di molte discipline artistiche, penso alla pittura, alla poesia ed alla letteratura in genere….
Peraltro non è sempre facile cogliere un netto discrimine tra forma e sostanza, perché la forma determina anche la liceità dell’espressione, dato che il linguaggio musicale è linguaggio tout court, quindi insieme di regole. Armonia, sistema temperato, modulazione e dodecafonia sono tutti elementi strutturali che plasmano e si ripercuotono pesantemente sulla sostanza, sulla cellula musicale, determinandone la praticabilità.
Dunque il problema è più capillare rispetto ad uno stilema, ad una semplice disamina dell’architettura interna di un movimento (cui faceva riferimento Stravinskij).

Detto questo, occorre anche dire che Vivaldi si vantava pubblicamente (facendo un po’ lo sborrone, si sarebbe detto a Zelig) di poter comporre un concerto in un tempo minore di quello necessario per la sua esecuzione. Padronanza estrema della scrittura dunque, ma al tempo stesso ricorso massiccio a schemi espressivi consolidati.
Questa considerazione, che non deve sminuire la musica del “prete rosso” più di quanto essa possa sminuire la musica di Bach o di Monteverdi o di Bruckner (cioè per nulla!), vi attraverserà varie volte man mano che familiarizzerete con i concerti, a partire dai più famosi.
L’esempio forse più lampante di corrispondenza totale, è dato dall’ascolto del Largo dall’Autunno delle Quattro Stagioni, identico a quello del secondo concerto per flauto dell’op.10, La notte . Il movimento è noto come Il sonno: evidente anche che la funzione raffigurativa, o didascalica o a programma che dir si voglia, di questi movimenti, accentui il ricorso a figurazioni musicali standardizzate – infatti anche il Largo autunnale fa riferimento al sonno del contadino avvinazzato! Con esiti mirabolanti, peraltro, ed un vero e proprio cromatismo – cioè una ricerca dell’effetto strani che per l’epoca doveva costituire una gemma di arditezza e rievocare il delirio onirico, mentre per l’ascoltatore di oggi anticipa deliziosamente le tematiche tardoromantiche e si sublima piuttosto in una suggestione spiritualistica (almeno per me).


Altre rispondenze possono essere rintracciate a livello parziale.
Nel disco che ho acquistato colpiscono alcune affinità, come dirò più avanti. Se questa raccolta, dal titolo suggestivo di Le humane passioni, contiene in realtà anche due concerti appartenenti all’op. 8 (Il piacere infatti è il sesto dei 12 concerti in essa contenuti, facendo seguito alle Stagioni ed alla Tempesta di mare) ed all’op.11 (Il favorito), vi ritroviamo anche un trittico di stati d’animo – Inquietudine, Sospetto, Amoroso, nonché un concerto enigmaticamente etichettato come originale, sembra per contrapposizione ad una sua versione spuria ma uscita prima alle stampe.

Mettendo questi concerti al vaglio del giogo stravinskiano, troveremo una ridondanza di materiali e procedimenti generalmente presente, ma nel complesso equilibrata. Del resto, se il favorito è posteriore alle Stagioni che velatamente riecheggia nel finale, lo stesso non si ritiene per l’Inquietudine che ci riporta nella chiusa al temporale estivo, ma che lo precede di un lustro (1720 contro 1725).
La fattura di questi concerti è diffusamente pregevole, ed il libretto che accompagna il cd coglie bene a mio parere alcuni aspetti, come la maggior raffinatezza e cura stilistica nel concerto iniziale – “Favorito”, appunto -, peraltro controbilanciate da una maggior omogeneità, che intendo come assenza di slancio e di movimentazione per contrasti del tessuto musicale.
Per questi ultimi aspetti, il sottoscritto ha gradito soprattutto Il sospetto e L’amoroso, con le loro tessiture originali , restituite con colore sobrio ed eclatante spazialità dai Sonatori de la Gioiosa Marca. Lo stesso, breve Concerto originale conclusivo mi ha colpito per freschezza e virtuosismo della scrittura.
Il giudizio sulla interpretazione, in Vivaldi, deve spesso basarsi sul rapporto e sul raffronto fra solista ed ensemble, in una continua osmosi di individualità contrapposte giocata su fraseggi a domanda e risposta.
Ho ricevuto impressioni d’ascolto positive dal complesso strumentale: viene prescelta un’ambientazione sonora a media temperatura e distanza tra l’apollineo a volte algido di un Hogwood (Academy of Ancient Music) e l’italianità a volte isterica e troppo subalterna al violino solo di un Biondi (Europa Galante). Impressioni confermate dallo sforzo espressivo del solista Giuliano Carmignola, davvero lodevolmente introspettivo, anche se in alcuni passaggi appuntabile per la nitidezza del fraseggio stretto.


Un’interpretazione certo non mercuriale, ma d’indubbia intelligenza, che avvince piano piano, ascolto dopo ascolto.
Un percorso alla scoperta di un Vivaldi forse meno ispirato rispetto alla mirabolante verve delle Stagioni, ma che può essere piacevolissimo compagno dei vostri variegati stati d’animo.
Fateci un pensierino. Sta in edicola fino a tutto venerdì.






















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5 Risposte

  1. Certo che ci faccio un pensierino, Bob. Come non potrei dopo il tuo Mozarti di ieri. Un abbraccio. Percival

  2. Leggendo della tecnica compositiva di Vivaldi (anche Rossini, quando i tempi di consegna stringevano si autocopiava allegramente) mi è corso il pensiero alla musica classica indiana, dove si possono comporre raga diversi con la medesima sequenza di note. Non so se è colpa della mancanza di educazione musicale o semplicemente del fatto che la teoria finisce sempre per essere elitaria, però la tradizione musicale europea è cresciuta esattamente sull’espansione degli schemi. Lungi dall’essere sempre stata espressione di libertà creativa la musica era addirittura ritenuta, nel pieno medioevo, l’arte più vicina alla matematica. Perfino la rottura finale degli schemi, nel corso del secolo XX ha conservato il legame con un canone -per esempio il canone che in una certa composizione non ci deve essere nessuno schema ripetuto.

  3. Percival: attendo tue impressioni d’ascolto.
    Paolo: considerazione molto calzante e quasi telepatica, ho evitato proprio all’ultimo clik di integrare il post con questa tua considerazione per cui anche l’assenza di regole è essa stessa regola.

  4. ciao e grazie per le tue analisi critiche molto chiare

  5. Se ben ricordo Paganini era dello stesso avviso di Stravinskij circa certa ripetività di schemi… 🙂 ed è un pensiero abbastanza condivisibile in fondo, pur amando smodatamente Vivaldi e il Barocco per intero come nel mio monomaniacale caso! La tua analisi come sempre magistrale!
    Seguirò il consiglio e andrò per edicole oggi…non potrei perdermelo adesso!
    Grazie di avermi fatto visita, sei sempre il benvenuto!!!

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