il lavoro nobiliterà…

il lavoro nobiliterà pure


ma a volte rompe proprio le scatole ed allontana dalle cose belle della vita!


Fila ai botteghini, tanti big della musica per la maratona delle “Sequenze”


ARIA DI EVENTO ALLA PERGOLA, CHE EMOZIONE PER BERIO


Gregorio Moppi – Repubblica


TUTTA LA FIRENZE DELLA MUSICA si è mobilitata per Luciano Berio, ieri [12/01] alla Pergola. Così almeno è sembrato. Infatti ogni più rosea aspettativa degli Amici della Musica, organizzatori della lunga maratona commemorativa di parole e suoni, è stata ampiamente superata. Le poche decine di sedie approntate nel foyer sono dovute diventare molte decine. E nemmeno sono bastate: pubblico in piedi e sulle scalinate, fra cui Siliani, van Straten, Sablich, Mazzonis, Schnellenberger, Lonquich, Bartoletti, Leonardo Pinzauti, Stefano Passigli. Oltre alla vedova, Talia Pecker, e a due figli del Maestro scomparso qualche mese fa. Duecento persone ad ascoltare i musicologi Giorgio Pestelli, Giordano Montecchi e Mila de Santis, la quale ha reso chiare le “Sequenze” beriane anche a chi con linguaggi ed estetiche musicali ha poca familiarità. C’era poi Edoardo Sanguineti a raccontare il primo incontro con il compositore ligure. Risalente al ’61. Berio (<>) lo contattò perché voleva un libretto per quella non-opera che sarebbe stata <>. Da lì ha preso il via un legame professionale e d’amicizia che solo la morte ha potuto spezzare. Sanguineti appare anche nell’ultimo pezzo di Berio che debutterà a Parigi il 22 gennaio. <> si chiama: cinque sezioni che intonano altrettante pagine di autori diversi. Sanguineti vi ha contribuito con un testo ispirato dal Libro di Giobbe e con dei versi, duri ed affettuosi, che fanno da epigrafe alla composizione. Li ha letti ieri, non senza commozione. Si rivolgono a Berio, chiuso adesso in una stanza lontana su cui – si sarà accorto, ormai – non regna alcun Dio, recita il poeta.
Poi, il concerto, l’integrale delle “Sequenze”, quattordici pezzi per strumento solo mai prima d’ora ascoltati di seguito in sala da concerto, ciascuno introdotto da un distico di Sanguineti. Quasi tre ore di musica con Brunello, Lucchesini e compagnia. Fila al botteghino già due ore prima del concerto per ascoltare una sfilata di concertisti di gran nome e molto valore. Alcuni addirituura dedicatari del pezzo da loro eseguito (il chitarrista Eliot Fisk, il fagottista Pascal Gallois, il fisarmonicista Teodoro Anzellotti). Altri figli o allievi dei dedicatari (come l’arpista Fabrice Pierre, figlio di Francis; o il violinista Francesco D’Orazio, allievo di Carlo Chiarappa). Altri ancora interpreti, per così dire, auotrizzati dall’autore stesso, come il flautista Michele Marasco. Tutte le Sequenze sono strepitose, ma non tutte emozionanti allo stesso modo. In vetta di sicuro stanno quella per voce – ispirata da Cathy Berberian, prima moglie di Berio – restituita con sofisticato distacco da Luisa Castellani, e la quinta, per trombone, suonata con spirito clownesco agrodolce da Michele Lomuto.



Note a margine.
accidenti a me che non c’ero.
credo che le sequenze siano uno di quei capolavori che ben poco abbiano a che spartire con un concetto quale quello di “linguaggio”, se non con l’accezione per cui esso sia corrosivo della sua stessa nozione. Vale a dire quanto più possibile libero.
Linguaggio libero, esplorazione totale e legata all’unico canone possibile dell’esaustività. Cioè dello sfruttamento di ogni possibilità tecnica ed acustica dello strumento.
L'”estetica” invece, come processo di conoscenza della realtà, diventa estroversione ed introversione al tempo stesso, grazie al fatto che lo strumento, proprio come l’essere umano, esprime le proprie potenzialità verso l’esterno attraverso il suono, ma conserva e fa riferimento ad una sua individualità forte (ognuno ha il proprio “spazio riservato” e si contrappone ad altri tredici).
In questo senso le Sequenze non sono soltanto uno dei capolavori del Novecento, ma un “percorso” euristico con pochi eguali in tutta la storia della musica (forse soltanto uno, il Clavicembalo ben Temperato di Bach).
Io le amo tutte, mi sembra che le prime siano le più ispirate. Il che è anche una cosa naturale: molto spesso il “progetto” distrugge la verve.











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