Schoenberg


schoenberg

 

che fregatura! il concerto si è tenuto giovedì, ed io ed altri 5 sfigati che c’eravamo fidati di un altrettanto sfigato quotidiano siamo stati alla porta del consolato per mezz’ora!

peccato.
ovviamente mi sono catapultato sulle mie incisioni preferite per ricreare il clima musicale della serata.
E parlarvi un po’ a ruota libera.

La figura di Arnold Schoenberg rischia sempre di essere un po’ forzata e travista. Come per tutti i pionieri, fatalmente c’è la tendenza ad esser ricordati più per l’aneddotica che per la sostanza. Ed allora abbiamo lo Schoenberg inventore della dodecafonia / della musica contemporanea / del “metodo”.
La stessa produzione pianistica è commentata anche dai critici più per il suo carattere “di pietra miliare” che per l’oggettiva importanza e l’intrinseca musicalità.

Schoenberg attraversa tre grandi periodi compositivi. All’inizio compone tradizionalmente, tonalmente: i primi quartetti per archi e la prima sinfonia da camera, la suite Pelleas e Melisande, la famosa Notte trasfigurata per sestetto d’archi o per orchestra, i monumentali Gurrelieder.
Benché – al pari di molti suoi coevi – avverta ormai l’esaurimento delle risorse legate all’impianto tonale, e cerchi di forzarlo, sfruttando al massimo cromatismo e tensione intervallare (parlerà di “tonalità estesa” proprio per il secondo quartetto).
Poi interviene bruscamente un periodo di “sospensione della tonalità” (per usare ancora le sue parole). Di atonalità, come più comunemente si dice.
Questo è il periodo delle opere in programma giovedì, soprattutto di Pierrot Lunaire op. 21 per ensemble cameristico e voce: autentico capolavoro, ove nasce la Sprechstimme, voce recitante, qualcosa di magistralmente sospeso tra parola e melodia.
Alla fine di questo periodo si sfocia nella creazione della dodecafonia, cioè di un sistema basato sulla ripetizione (serie) di tutte e dodici le note, entro un procedimento rigoroso (ma con deroghe). Nasce la “seconda scuola Viennese” (Schoenberg, Berg, Webern) e nasce del pari una componente “forte”, non ignorabile (neanche quando si scriverà, ad opera di Pierre Boulez, “Schoenberg est mort”) di quella che sarà in seguito la musica contemporanea.

Ci sono alcuni elementi da prendere in considerazione.
La musica per pianoforte segna i due passaggi da una fase a quella successiva.
L’atonalità si realizza per la prima volta nei – meravigliosi – Tre pezzi per pianoforte, op.11 (7 agosto1909).
Il metodo dodecafonico, a sua volta, ha il suo esordio ufficiale (dopo alcuni esperimenti liberi) nei Cinque pezzi per pianoforte, op. 23 (1921-23)
Ecco il carattere di “pietra miliare” della musica per pianoforte. Peculiarità dovuta, secondo molti, alla maggior facilità dello strumento pianistico a seguire i primi incerti passi nella nuova avventura.
Capite come tutto questo formalismo vada sempre a scapito dell’attenzione critica alla qualità.

Se aggiungete a ciò la sostanziale omogeneità acustica di atonalità e dodecafonia per l’ascoltatore “atecnico”, cui non interessino le rispondenze seriali o i procedimenti di variazione, capite come ci sia in Schoenberg di recuperare la dimensione dell’ascolto, della percezione musicale, del “lasciarsi andare” alla musica e vedere se il “fatto” musicale ci coinvolge o meno, a prescindere dalle sue nervature.
Del resto, non ho mai sentito che una persona si innamorasse di un’altra a seconda, in base al suo gruppo sanguigno.

In questo senso credo che la musica di Arnold Schoenberg possa esprimere una forte valenza di sensazioni. Sia viva, insomma.
Tornando ai pezzi che avrei dovuto ascoltare dal vivo, non posso fare a meno di richiamare la mia esperienza personale, e vi consiglio di approfondire l’intero discorso pianistico del compositore (le “integrali” di Pollini e di Gould sono entrambe di altissimo livello).
Quanto al periodo dodecafonico, occorre premettere che la “serie”, la cellula di dodici note l’una diversa dall’altra da cui una partitura prende avvio, è liberamente individuabile. Questo spiega come alcune opere compiutamente dodecafoniche “suonino” più vicine a noi ed altre meno. Penso soprattutto ad Alban Berg, il cui sublime Concerto per violino, e la stessa Lulu, conoscono spesso alcune “aggregazioni tonali” – molte delle quali individuate da Theodor W. Adorno intorno al do maggiore.
Al di là di questa circostanza, relativa (Webern invece, più eversivamente, si propose componendo di evitare nel modo più drastico possibile ogni riferimento tonale, anche velato) ma forse utile nel procedimento di depurazione dagli schemi uditivi tradizionali, trovo ottimi esiti nel Trio per archi op. 45 e negli stessi Concerto per pianoforte op.42 e per violino op.36 – quest’ultimo davvero virtuosistico, ma che, a differenza di quello di Berg, non ha ancora trovato la stabilità che gli compete nel repertorio dei grandi interpreti.

A sé sta il Pierrot Lunaire, per me l’opera più compiuta e completa, su cui tanto ci sarebbe da scrivere.
Giustamente è stato, nel commento di Alessandro, accentuato il carattere espressionista del periodo intermedio di Schoenberg – anche se il concetto “base” del movimento Espressionista, cioè l’abbandono delle forme naturali, implica un concetto-base di “naturalità” della tonalità che non condivido appieno.
Semmai anzi direi che la dissoluzione tonale porta un maggior numero di forme, di frecce all’arco del compositore. Come tutti gli “-ismi”, Espressionismo mi significa accentuazione dell’espressione, non negazione della stessa o di una sua parte.
Ben si adatta quindi – terzo ed ultimo punto – alla già citata Sprechstimme (che infatti non rifiuta il canto, quando serve), sublime creazione che impregna di sé non solo quest’opera ma molto, molto di più, soprattutto in Germania. E mi fermo qui, perché andrebbe indagato il ruolo dello strumento e della ricerca vocale in Schoenberg, a partire dal Pierrot e per arrivare al Mosé ed Aronne, titanica rappresentazione della crisi del rapporto tra parola e concetto, e tra canto (Aronne) e parola (Mosé).
“O parola, tu mi manchi!”

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3 Risposte

  1. wooww letto tutto d’un fiato…hai la incredibile capacità di suscitare curiosità…mi sto scaricando Arnold Schoenberg – Pierrot Lunaire – The Book of the Hanging Gardens

  2. procurati anche i testi, è abbastanza importante. su schoenberg.org dovrebbe esserci molto.e non inveire su di me se pierrot non ti piace 😉

  3. ok ok vado a cercare i testi….

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