Babi Yar: incontro al dolore

incontro al dolore

 

in una giornata in cui la sofferenza è tale da paralizzare il movimento; in cui i volti delle persone sembrano manipolati, ridotti a toni di grigio da un editor divino; in cui le vicende e le miserie private si intrecciano con le sciagure nazionali in un mesto madrigale degno del Leopardi d.o.c.g….
l’ascolto casuale mi porta verso una sinfonia di Sostakovic, la numero tredici, nota come “Babi Yar”.
Sinfonia monumentale, dall’organico pari forse soltanto ai Gurrelieder di Schönberg o all’Ottava di Mahler.
Non tra le più ispirate o citate in verità, essa vede coro e solista impegnati nel declamare in musica una serie di poesie di Evgeni Evtushenko.
Nell’interpretazione che ho ascoltato io – col sempre scintillante suono della New York Philharmonic diretta da un non eccelso Kurt Masur – spicca proprio la presenza fisica del sommo poeta russo, che legge senza musica (in lingua madre ed in inglese) due suoi componimenti in apertura ed in chiusura dell’opera.
Li voglio riportare qui: il primo per intero – voce di un massacro, anzi dell’universalità del massacro, quindi anche delle disgrazie guerresche odierne, da qualunque parte le si guardino; il secondo nel breve, folgorante frammento finale di cui, benché riferito in origine al popolo russo, mi approprio questa sera.

Non c’è segno di ricordo a Babi yar. Le scogliere a picco sono là come tante pietre tombali, Mi fa paura. Mi sento vecchio, vecchio come il popolo degli Ebrei. Io stesso mi sento un Ebreo. Attraverso a piedi l’antico Egitto. Qui io muoio, inchiodato a una croce, e ancora oggi porto le ferite dei chiodi. Mi sento Dreyfus. I filistei sono sia i delatori che i giudici. Sono imprigionato, perseguitato, calunniato e ricoperto di sputi. Signore che a stento frenano il riso, vestite con incredibili abiti di trine, mi punzecchiano il viso con i loro ombrelli. Poi mi sembra di essere un ragazzo di Byelostock. Il sangue ricopre il pavimento, i brutti ceffi della taverna puzzano di vodka e cipolla. Mi colpiscono al fianco con uno stivale. Invano chiedo un po’ di pietà a questi massacratori. Mi disprezzano e gridano: uccidete gli sporchi Ebrei, salvate la Russia!
Alcuni commercianti di grano danno addosso a mia madre. Oh, il mio popolo russo! Il tuo nome risplende in tutto il mondo. Ma alcuni, con mani empie, troppo spesso hanno trasformato questo nome in un simbolo di malvagità. La mia terra è buona, lo so. Questi antisemiti sono spregevoli: senza esitazione si definiscono Unione del popolo russo! Penso a me come se fossi Anna Frank, traboccante di vita come un ramo all’inizio della primavera… E divento un enorme grido silenzioso che si distende sulle migliaia di morti che giacciono qui. Io sono ogni vecchio che qui è stato ucciso. Io sono ogni bambino che qui è stato ucciso (fonte)

 

…is it true that we no longer exist? or are we not yet born?
«we are birthing now»
but it’s so painful to be born again.

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Una Risposta

  1. se parole antiche si attagliano ad avvenimenti nuovi vuol dire che nulla si è imparato…buona notte

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