con gli occhi (semi)chiusi

con gli occhi (semi)chiusi

 

faccio appena in tempo a tratteggiare la giornata di domenica. Il risveglio della natura in una farfalla monarca che si lascia osservare mentre, a venti centimetri dall’immobile sottoscritto, sventola ritmicamente le alucce al sole; nel caldo tepore gli uccelli cantano increduli, dopo i temporali del giorno precedente. Sono su una terrazza versiliese, sommamente pigro e desideroso di raggi e nulla più. Mi perdo in pensieri classificatori, osservando questa quiete tangibile. Rimugino sul suo discredito – tutti pensano a fare qualcosa, come se questo assoluto fosse indegno, o peggio non esistesse. La negazione sta in una marmitta, in un cappotto pesante, in un paio di spalle ereticamente rivolte al sole. Avverto lo iato col resto dell’umanità, insomma. Chissà se questo significa la fine della giovinezza o piuttosto un diniego della propria ordinarietà.
Nelle more del libro della Gordimer, che è bellissimo eppure non procede, ho letto d’un fiato La donna mancina di Handke. E mi sono detto che qualcosa lega l’esperienza quotidiana al libro che sta lì in uno scaffale ed attende di esser letto, o forse si fa scegliere. In queste novanta pagine mattutine, sfumate, ho ritrovato alcuni personaggi familiari e, soprattutto, il sapore autunnale dell’appena accennato. Tonnellate di scelte sfiorate, di gesti abbozzati delicatamente. Non avendolo visto, mi chiedo come il film di Wenders possa essere in grado di restituire questo senso di azione embrionale.

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