difesa d’ufficio

difesa d’ufficio

 

Nel già citato libro di Gianfranco Zaccaro su Mahler, mi imbatto in una dura pars destruens rivolta alla lettura sinfonica di Leonard Bernstein (pagg.168-170, sottolineature mie):

<<…La classe di questo direttore non si discute, così come non si discute la sua musicalità istintiva: per rendere un’idea esatta della quale qualcuno propone il rapporto con Arturo Toscanini. Paradossalmente, però, è proprio questa musicalità istintiva l’ostacolo più rilevante a una giusta resa di Mahler.
Infatti, la musica Mahleriana controbilancia un irreferenabile istinto con una forza negativa che ne frustra il discorso, che ne vanifica la portata, che ne critica l’azione. E questa forza negativa può essere identificata, fra l’altro, con l’apparato culturale, critico appunto, che costituisce – abbiamo visto – l’elemento più profondo della presenza di Mahler nell’area moderna. Ora Bernstein non possiede affatto questa forza negativa, questo peso culturale, al limite anche extra- (nel senso di anti-) musicale.
Il Mahler ch’egli ci offre, quindi, è un artista caratterizzato da una fantastica cifra plastico-positiva; è, quindi, un Mahler dimezzato, in quanto il suo pur emblematico plasticismo assume una dimensione univoca, unidirezionale, al limite anche trionfalistica. E ciò che “trionfa” è il suono: ma un suono assolutizzato, inserito nell’ambito veicolare di un discorso a tutto tondo; un suono estirpato da un contesto culturale che, si noti, non ne limitava la portata e la dimensione, ma le accompagnava con un negativo, con un’ombra che costituivano il limite e la vanità di quella estroversione.
(…)si deve aggiungere che, forse, questo vero e proprio funambolismo interpretativo di Bernstein ha una radice esistenziale (non dimentichiamo che anche Bernstein è ebreo) riscontrabile nell’obiettivo “desiderio” di estroversione, in un desiderio che può presupporre, a sua volta, tensioni e frustrazioni e che – soltanto – “si trova” già realizzato.
Del resto, però, è anche vero che ogni prodotto umano vale non già in quanto può ipotizzare qualcosa, ma in quanto, di fatto, testimonia qualcosa: e l’estroversione di Bernstein testimonia solo se stessa, è assolutamente priva di spazio dialettico , tronca ogni discussione presentando il prodotto come figlio di nessuno…>>

premesso che la critica – il libro è del ’78 – si rivolge all’integrale CBS (ora Sony) e non al secondo ciclo digitale Deutsche Grammophon degli anni ’80-’90, essa è chiara nel connotare l’interpretazione bernsteiniana come “ottimisticamente monodirezionale”. Quasi come un fiume in piena, essa travolgerebbe ogni istanza, ogni particolarità intima e negativa dell’uomo e del compositore; le eccezioni – e l’eccezionalità – si avrebbero solo nell’approccio alle partiture (Ottava sinfonia in primis) ed alle parti meno nichilistiche, più fulgide.

Credo che il discorso sia ancora più complesso, e che attinga ancora più profondamente all’uomo Mahler.
Mahler è un pessimista – uomo introverso e fragile; nevrotico, esposto emotivamente ai profondi insuccessi di pubblico che sin dall’inizio il suo complesso e poco convenzionale linguaggio musicale gli comporta; cardiopatico, conscio di una scarsa aspettativa di vita; marito di una femme fatale più giovane di diciannove anni ed assai immatura (dopo la sua morte contrasse altri due matrimoni inframezzati da una liaison); infine uomo del suo tempo e della sua temperie culturale, inoltre drammaticamente partecipe della sua origine ebraica.
Con altrettanta evidenza, questa indubbia radice esistenziale negativa non è sic et simpliciter tradotta nel pentagramma. Accanto ad essa, infatti, sta un forte attaccamento alla vita, forse decrescente col progressivo giungere a compimento della parabola esistenziale, ma capace, anche quasi in exitu vitae, di episodi al limite del violento e dell’ideologico nel loro ottimismo (pensiamo proprio all’apparato esecutivo dell’Ottava).

 

Il punto è capire come si combinino questi ingredienti nella struttura delle sinfonie mahleriane.
La mia ricostruzione differisce da quella autorevolmente esposta per spostarsi dall’ottica del controbilanciamento a quella del superamento.
In questi giorni mi sono immerso (con vari interpreti) nel mondo di Mahler, per evincerne un quadro dinamico.
Semplificando molto, ho provato a dedurne che lo scontro tra momenti “affermativi” ed “antitetici” non si risolve mai in un equilibrio semplice, ma in uno scavalcamento della dimensione emotivo-esistenziale. Questo avviene e si esemplifica spesso nel movimento finale delle sinfonie, quasi sempre – primariamente o compositamente, lato sensu o in parte qua – ottimista.
Come ciò avvenga, porta ad un’ulteriore frammentazione del discorso.
Se Prima, Terza, Quinta Sinfonia intravedono una via naturale ed a volte naturistica (Terza) come rimedio alla problematicità umana, il discorso mahleriano ama in altri casi spostarsi, gettarsi al di là del terreno – solo apparentemente quindi vinto dall’agone esistenziale.
E’ il caso del trionfale “Risorgerai!” nella Seconda, del pacato racconto delle gioie paradisiache (Quarta), dell’Eterno Femminino goethiano nell’Ottava.
Ed anche il caso di quello che molti considerano alla stregua di una sinfonia, e che lo stesso Mahler – principalmente per evitare mentalmente la circostanza, poi purtroppo confermata, del “si muore alla nona sinfonia” (Beethoven, Schubert, Dvorak, Bruckner) – amava trattare come tale. Das Lied von der Erde, la cui ultima parte – bellissima, la quoto apposta per stemperare il discorso con una dolce lirica – ci riporta ad una contemplazione sulla soavità dell’abbandono e dell’addio:

 

…Balzò da cavallo e gli porse il nappo
dell’addio. Gli chiese dove
andava e perché doveva esser così.
Parlò, la sua voce era abbrunata:
O amico mio,
a questo mondo la sorte non mi fu propizia!
Dove vado? Vado, vago sui monti.
Cerco quiete per il mio cuore solitario.
Vago verso la patria, il luogo mio.
Mai più me n’andrò via lontano.
Sereno è il mio cuore e attende la sua ora!
L’amata terra dovunque fiorisce
a primavera e verdeggia di nuovo!
Dovunque, ed in eterno, chiaro
riluce d’azzurro l’orizzonte!
In eterno… in eterno…

 

Gioia, primaria o composita.
Gioia certo dolceamara. A volte, compiacimento dettato dall’abbandono delle forze, dall’Es ist Genug (che poi ritroviamo nel Concerto per Violino di Berg).
Ma è indubbio come dato positivo e negativo non si combinino semplicemente in un’operazione matematica o ingegneristica (se pur qualificata come dialettica), ma in una dialettica in senso forte, fatta di tesi-antitesi-sintesi, il cui risultato lascia sempre intravedere un filo di speranza. Mai dunque in una reductio ad nihil o in un’elisione.
In quest’ottica quello che viene percepito dall’Autore come trionfalismo aculturale sembra piuttosto essere il risultato di una coesione che passa anche dalle componenti negative, compattando la sinfonia con un denominatore comune.
Sinteticamente, dunque, il giudizio su Bernstein va rivisto in termini molto più generosi, sforzandosi quantomeno di intravedere nella sua risoluzione “positiva” non una monodimensionalità ma una pluridimensionalità calibrata. Un momento pessimistico non “frustrato” ma “filtrato” e trasformato.

Da questa prospettazione, peraltro, ho voluto lasciar fuori tre Sinfonie, pure se la loro interpretazione bernsteiniana si situa su livelli comunque alti.
Il binomio Sesta-Settima, anche se la versione di quest’ultima spicca tra tutte per virtuosismo esecutivo, è foriero di un metalinguaggio, di una grande connotazione anticipatrice, di grande influenza sulla musica successiva. Penso a Pierre Boulez come al direttore che possa sviscerare al meglio tutto questo.
Infine la Nona è forse l’unica sinfonia in cui il nichilismo, lo sconforto, il cupio dissolvi soverchia interamente lo schema che abbiamo tentato di ricostruire, rispecchiandosi in pieno nell’analisi dell’Autore del libro che ho citato. Necessita dunque di uno sguardo forse più asciutto e disincantato.

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Una Risposta

  1. Direi che le tue “istruzioni per l’uso” sono veramente ottime…non solo per karadar.

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