nel proprio habitat

ieri sera, chiusura della stagione concertistica dell’Orchestra da camera fiorentina.
Direttore Giuseppe Lanzetta, solista Andreas Blau. Primo flauto dei Berliner Philharmoniker. E scusate se è poco.
Nella prima parte del concerto – quella dedicata al traverso di Blau – sono state eseguite la Suite (alias Ouverture) in si minore BWV 1067 (quella con la famosa Badinerie), di J.S. Bach, e la virtuosistica Fantasia sulla Carmen di Bizet, di Francois Borne.
Dopo la pausa, è toccato a due pagine orchestrali mozartiane: lo spiccatamente bachiano Adagio e Fuga K.546 e la Serenata K.239.

La prima cosa da dire è che ci troviamo di fronte ad un solista davvero “monstre”. Classe ’49, berlinese, figlio di Johannes Blau, primo violino dei Berliner per 35 anni – questo solista è in possesso di una tecnica stupefacente, opportunamente esaltata da una scelta direttoriale di tempi contratti in Bach (la Badinerie sembrava un precipitando di Prokofiev), come pure dalle caratteristiche del pezzo di Bizet/Borne. Il suo stile non è mai istrionico nella gestualità né invasivo nella dinamica acustica – costringe l’ascoltatore alla massima attenzione, per disvelargli un “jardin de poche” (prendendo a prestito il titolo di una partitura di Celibidache) di delicatezza e perfezione esecutiva.
La performance di Andreas Blau è la seconda gemma solistica che mi è capitato di ascoltare in questa stagione, e condivide il primato con la superba interpretazione del clarinettista sloveno Darko Brlek, che ci offrì un magistrale concerto di Weber.
Brlek, per inciso, è il direttore artistico del Festival di Lubiana, che si tiene nei mesi di luglio e agosto e che coinvolge classica jazz e vari generi musicali ai massimi livelli esecutivi.

Per quanto riguarda l’orchestra, in generale ha confermato il suo buon standard, ma mi è sembrata un po’ in preda ad affaticamento da fine stagione. Il suono non fluiva con la solita leggerezza, ed ho avvertito una certa defaillance nella parte (quasi concertante) del violino, durante la serenata conclusiva.

Lanzetta mi ha confermato le sensazioni dei precedenti concerti.
Un direttore dotato di grande passionalità e verve drammatica, che “sente” la musica come un fatto emozionale, prima ancora che tecnico. Ieri la sua gestualità era esuberante e mi ha ricordato molto i saltelli di Bernstein durante le sinfonie mahleriane.
Dionisiaco.
Sul piano interpretativo ha offerto i risultati migliori nel dar colore ed italianità a partiture di taglio austero (Bach), a “lasciar correre” liberamente il virtuosismo e la sensualità (Vivaldi o lo stesso Bizet di ieri) . Memorabile è stata la serata tutta dedicata al “prete rosso” della scorsa primavera, quando Lanzetta ci ha offerto un’esecuzione del concerto n.11 dall’Estro armonico di rilievo assoluto, misurata ma mai gelida. E subito dopo le Quattro stagioni, anche qui a briglia sciolta ma senza mai perdere cristallinità nel suono e nella misura.
Mi convince meno invece quando deve in qualche modo recuperare “spirito apollineo” in rapporto ad una scrittura solare ma problematica, come è sommamente esemplificato da Wolfgang Amadeus Mozart.
Un brano per tutti: l’incipit della sinfonia numero 29 in la. Luce ed ombra. Gioia velata.
Anche ieri la seconda parte del concerto mi ha confermato questa sensazione.
Nel complesso, tuttavia, un direttore di livello, da seguire, pronto per sfide più ardue con la grande orchestra.

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