appunti veloci nell’immediatezza dell’ascolto

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Hector Berlioz esplora l’esperienza musicale in lunghezza. Invece, le tensioni verticali/cromatiche all’interno del singolo episodio, dell’aria solista, sono certamente anticipatrici del tardoromanticismo e di Wagner, ma si ha la sensazione che siano (felici) nicchie in un mare magnum, in un calderone.

“In lunghezza” significa in maniera enciclopedica. Ed esteriorizzante, spesso. Berlioz, da consumato artefice ed esecutore, vuole soprattutto stupire con questo agglomerato di generi e trovate. Pandemonium in lingua pseudosatanica (ricordate il mio indovinello?); fughe carnascialesche sulla parola Amen all’osteria (pericolosamente vicine al tema dell’Hosanna in Excelsis del Requiem di Mozart/Sussmayr, e pioniere degli Amen di Bardolfo e Pistola nel successivo Falstaff verdiano); marce militari e cori angelici.
La Damnation de Faust è come le tasche di Eta Beta.

Non conosco le versioni (una studio Philips con Gedda, una recente live per l’etichetta della London Symphony) di Colin Davis, direttore berlioziano per antonomasia. Ma questa interpretazione di Igor Markevitch per la Deutsche Grammophon, datata 1959, sembra registrata pochi anni fa, per la dinamica scintillante. Ed annovera senza dubbio, oltre alla verve direttoriale, una performance di grande prestigio, quella di Richard Verreau. All’altezza anche gli altri.
Da avere.

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