Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit

Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit

 

sperando di aver mandato a mente la giusta ortografia, trattasi del titolo di una famosa cantata sacra di J.S.Bach (BWV 82, sempre a memoria, e nota anche come “Actus Tragicus”): il tempo di Dio è il migliore che possa esistere.

 

Non voglio toccare tematiche bachiane oggi. Ho usato questa epigrafe solo come incipit di un ragionamento a ruota libera sul tempo in musica, che mi coinvolge da qualche giorno a questa parte.
Intanto lo spunto iniziale. Sono totalmente avvinto, in questi giorni, dalla musica sinfonica di Anton Bruckner. Tanto è vero che ho messo in programma qualche scritto di approfondimento sulla sua tecnica compositiva.
Mi affascina soprattutto l’architettura sinfonica dei suoi movimenti (penso soprattutto alle prime sinfonie, alla “numero 0” – di cui ho un’ottima versione della Chicago Symphony Orchestra, diretta da Daniel Barenboim, sul comodino – ed alla “terza”): quella fissità di figurazioni mista al cromatismo, alla modulazione, quindi alla ricerca dell’effetto straniante. Ecco il motivo per cui la musica di Bruckner mi suggerisce religiosità, ma con una ben precisa componente voluttuosa e sensuale. Wagner, Tristano e Isotta. Non a caso la terza sinfonia viene soprannominata “romantica”, o “wagner-symphonie”.

 

Giorni fa mi sono soffermato sul sito di Sergiu Celibidache, il massimo interprete bruckneriano.
Aperte le virgolette.
To him, time is different than it is to other composers. To a normal man, time is what comes after the beginning. To Bruckner, time is what comes after the end. All his apotheotical finals, the hope for another world, the hope of being saved, of being again baptised in light, it exists nowhere else in the same manner.
Chiuse le virgolette.

 

Ieri sera, invece, presso l’Istituto francese in Piazza Ognissanti, a Firenze, si è tenuta un’esecuzione del Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen. L’ho saputo mentre ero già in viaggio, leggendo il giornale gratuito City:

 

Olivier Messiaen dichiarò di aver provato “il desiderio della cessazione dei tempi”. Era il 1940, il compositore e organista francese si trovava rinchiuso nel campo di prigionia tedesco Stalag VIIa. Ispirato dalla sensazione di “fine del mondo” e da alcuni versetti dell’Apocalisse di Giovanni, durante la prigionia ideò, e fece eseguire il “Quatuor pour la fin du temps”, divenuto una pietra miliare del repertorio musicale del XX secolo (…).
La visione apocalittica di Messiaen si esprime attraverso lente movenze cromatiche, a formare quello che lo stesso compositore definì “una musica che culla e che canta, un profumo sconosciuto, un uccello senza riposo
[absit goliardia versis , n.d.a.]; una musica delle vetrate colorate delle chiese, un vortice di colori complementari, un arcobaleno teologico”.

 

Tempo – procrastinato, dilatato, sospeso. Il tempo dell’arte è qualcosa di profondamente diverso dal tempo terrestre – naturalistico, costante, incontrollabile.
In fondo la creazione artistica rende divini.

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