Where the sour turns to sweet

Where the sour turns to sweet

 

è il titolo del primissimo album dei Genesis (noto anche col nome di From Genesis to Revelation).
Ma soprattutto è quella sensazione che provo ascoltando certa musica cinque-seicentesca.
Henry Purcell, John Dowland, Claudio Monteverdi: in un madrigale come in un’aria d’opera, o in una danza strumentale, ritrovo il sottilissimo ossimoro della dolcezza nello struggimento. Il canto d’amore (agognato e perduto, quasi sempre: lo shakespeariano Love’s Labour Lost) si eleva in pura essenza musicale, sfociando in una nobiltà che trascende l’amarezza, che rende la sofferenza quasi desiderabile, e che dà conforto.
Finora la mia personale graduatoria vedeva primeggiare le Lachrimae di Dowland: un florilegio – datato 1604 – di pavane e galliarde strumentali, basate su un unico, malinconico tema. Del resto si dice(va) semper Dowland semper dolens.
La mia edizione preferita (a rischio di surriscaldamento per uso frequente!) è quella dell’Hesperion XX di Jordi Savall (etichetta Astrée Audivis)
Poi, l’altro giorno, ha fatto irruzione Marin Marais.
Avevo visto a suo tempo il bel (ma pesantuccio) film Tutte le mattine del mondo in cui un sudato e scontroso Depardieu lo impersonava. Ma non avevo colto la portata della sua musica.
Ora scopro che questo grande compositore e strumentista (che sta alla viola da gamba come Paganini al violino o Liszt al pianoforte) ha lasciato una produzione mastodontica (anche più di Depardieu! smile). 596 composizioni per bass de viole, raccolte in cinque libri e composte in un arco di quarant’anni, dal 1686 al 1725. Qualcosa di straordinario.
L’attenzione discografica finora si è forzatamente trovata ad estrapolare singole composizioni (suites, per lo più). Due delle compilations così realizzate mi sono appunto capitate sotto il palato nell’ambito dell’offerta Polygram /Accord Baroque. Fino al 30 giugno costano 10 euro ciascuna. Meno ancora da iperdue.com (vai alla pagina Accord)
Il primo impatto è stato sconvolgente. Ed i successivi una conferma.
Un lirismo elevato, una cifra stilistica personale difficile da definire (si legge in uno dei libretti: l’interpretazione della musica barocca comporta sempre un elemento di mistero) ma assai riconoscibile: calda, simile ad un vino corposo da accompagnare alla selvaggina.
Per non parlare del virtuosismo. Marais, maniacale sulla diteggiatura e sulle varie, spesso da lui stesso inventate, ornamentazioni, esplora ogni possibilità espressiva della viola da gamba, ed in questo sforzo è paragonabile soltanto a quello che Bach (di 29 anni più giovane) farà col violino ed il violoncello. La viola assume una sontuosità timbrica quasi pianistica, sconcertante al punto da rendere ridondante l’accompagnamento del continuo (clavicembalo, tiorba, arpa o altre viole), solitamente finalizzato a sostenere il colore del pezzo nei passaggi più monocordi.
Infatti, pur nella eguale eccellenza degli interpreti principali dei due cd (Marianne Muller e Jay Bernfeld), il primo si lascia preferire proprio per il maggior rispetto del solista, minore essendo l’invadenza timbrica e volumetrica degli accompagnatori. Ma il secondo è altrettanto importante perché annovera quello che è forse il capolavoro di Marais, Les folies d’Espagne.
Raccomando questi due dischi a tutti quanti abbiano bisogno, per prendere Liszt a prestito, di una Benediction de Dieu dans la solitude. Li raccomando ovviamente al violoncellista Alessandro (bachcellosuite), invitandolo magari ad approfondire per noi in chiave più specialistica le peculiarità della viola da gamba e i segni espressivi di Marais.
Credo che ci troviamo al cospetto di un eccelso, la cui opera andrebbe integralmente riproposta: la sua grandezza sta proprio nella sterminata diversità.

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