Ascoltato il cd The essential Philip Glass, ovvero la consueta uscita del sabato musicale di Repubblica.
Non ho voglia di recensirlo nel dettaglio. Mi limito ad alcuni ragguagli volanti.
Ho trovato conferma delle mie non buone sensazioni… soprattutto, il sentore di una logica prettamente commerciale.
Occorreva creare una compilation. Leggi: racchiudere quanti più brani fosse stato possibile entro i settanta minuti di un cd.
Si è dunque andati – ne sono convinto –  alla ricerca dei brani più corti all’interno di ogni opera.
Poiché gran parte delle composizioni maggiormente significative del musicista di Baltimora sono suddivise in sezioni con durata dai 15 ai 30 minuti, sostanzialmente si sono raccattate le briciole.
Atolli staccati dal loro contesto, nonché spesso poco rappresentativi della qualità del lavoro di cui originariamente fanno parte, o addirittura poco rappresentativi del cursus artistico di Glass. Anche se qui, magari, è questione di gusto personale.
Per quanto mi riguarda (e sarò più specifico in seguito, trattando di altri lavori) la parabola creativa di Glass si divide in un primo periodo di grande rigore formale, ed in una fase più recente di maggior rilassatezza e semplicità (i maligni dicono: strizzando l’occhio alla commercializzazione del prodotto).
Qualunque sia la fase cui possiate essere interessati, non credo che riuscireste a trovare testimonianze adeguate in questo cd.
Gli estratti dalle opere (Satyagraha e Akhnaten) perdono il loro significato fuori dall’unitarietà del lavoro. Lo stesso può dirsi per la Metamorphosis n°4 e per Bed (Einstein on the beach), che a mio parere non sono certo il meglio che si potesse espungere da tali lavori. Gli ascolti da Glassworks (Facades e Closing) rappresentano già qualcosa di più commerciale, anche se gradevole. Come il Dance Piece (non a caso l’originale doppio cd – spero di trovarlo in qualche bacheca impolverata di un negozio, prima o poi – era orchestrato per un grandissimo ensemble), devo ammettere.
Infine, con l’ouverture A gentelman’s honor (da the Photographer) – ma soprattutto con i due sesti dei Songs from liquid days – secondo me siamo ad un livello qualitativo bassino. Sarò esagerato, ma un brano di Glass per voce pop mi lascia inevitabilmente un retrogusto di inadeguatezza e disagio, come quando un tenore canta Viva Forever delle Spice Girls…
Quando avrò tempo, come anticipato, proverò ad azzardare un percorso personale per avvicinarsi a quello che resta tra i miei compositori preferiti. Nel frattempo, risparmiate i danè (magari accumulateli per prendere Brahms o Satie, le cui uscite ho già celebrato in precedenza [cfr. il mio alterblog])…

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