Con buona pace dei filologi, la Sinfonia n° 41 (Jupiter) di Mozart diretta da Herbert von Karajan – registrata per la EMI nel 1960 coi Berliner Philharmoniker – è qualcosa di irrinunciabile. L’ho rispolverata ieri sera, in un contesto già primaverile ma con poco senso.
Questo carattere imprescindibile è dato prima di tutto dal capolavoro in sé: una sinfonia, come dice Giacomo Manzoni nella sua guida all’ascolto della musica sinfonica (Feltrinelli) “classicamente protesa“. Due parole che contengono tutto: testamento, ricapitolazione delle forme, e superamento, indicazione, tendenza futura. Ciò chiarisce e legittima pienamente la lettura non filologica (cioè non con strumenti d’epoca), sotto tutti i punti di vista. Musica mozartiana ma allo stesso tempo universale, trascendentale.
Nel primo movimento Karajan, in maniera unica o comunque molto rara – non lo ripeterà neppure lui stesso nella incisione Deutsche Grammophon del 1976 – elimina il da capo, cioè la ripetizione della esposizione dei tre temi, e passa direttamente allo sviluppo di essi. Questa scelta può essere condivisa o meno: può vedersi come una razionalizzazione del tessuto musicale (in coerenza con la sua idea di universalità) o come un inutile esercizio di originalità. Io credo che la scelta fatta da Karajan conferisca più tensione unitaria al movimento – anche se la decisione di mantenere il da capo è assolutamente legittima e prevalente.
I due movimenti centrali (andante e minuetto) sono interlocutori, alla ricerca di un intimismo che non è nelle corde di questa sinfonia (a differenza della “gemella” 40, tutta volta alla introspezione). Hanno piuttosto una funzione di stacco, preparatoria a quella vetta sublime della musica di ogni tempo che è il finale molto allegro. Qui siamo di fronte ad una maestria nella composizione, ad una capacità di plasmare la materia musicale senza mai svilirla nel tecnicismo, priva di precedenti e con pochi epigoni. Non occorre aggiungere altro, perché non si tratta troppo di capire, ma di ascoltare questo movimento e farsi rapire.
Nello stupore, si proverà poi ad avvicinare questo Mozart a ciò che è venuto dopo, ed allora la distanza con Beethoven sarà poca – perché la sua musica trasuda dell’entusiastico razionalismo che sarà raccolto da Beethoven nella Quinta e nella Nona soprattutto. Al di là delle sterili discussioni su classicismo e romanticismo che abbiamo già sdoganato anche parlando di Brahms.
Karajan, come Bernstein con Beethoven, ricerca l’unitarietà di ideali nelle venature di questa grande musica, la ipostatizza. Il dato saliente non è quello di suonarla con un flauto diritto del 1780, ma di coglierne la valenza universale, ideale, anche nella estetica. E l’orchestra risponde in maniera eccelsa, cristallina, senza uniformare le voci, lasciando all’ascoltatore la coscienza del tutto e di ogni sua parte.
A must have.

Per inciso, il ciclo di interpretazioni Berliner-Karajan-Emi conosce in questo disco il suo momento più alto, ma incorre anche in scelte dubbie, quale quella di far eseguire con un organico pieno, non filologico ed ipertrofico le Quattro Stagioni di Vivaldi. In questo caso gli argomenti a favore dell’esecuzione storicamente corretta sono più forti.

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