A Survivor from Warsaw op. 46
Text by Arnold Schönberg

I cannot remember ev’rything. I must have been unconscious most of the time.
I remember only the grandiose moment when they all started to sing as if prearranged, the old prayer they had neglected for so many years – the forgotten creed!

But I have no recollection how I got underground to live in the sewers of Warsaw for so long a time.
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Mi sono procurato una esecuzione di questo piccolo (solo 7 minuti e mezzo) capolavoro datato 1947, per voce recitante coro maschile ed orchestra. Luigi Nono ne ha così parlato: “Per la necessità creativa di relazionare testo e musica, nonché musica ed ascoltatore, questo è il manifesto estetico e musicale della nostra epoca”.
Quest’opera appartiene al periodo in cui l’elaborazione della dodecafonia raggiunge la sua piena maturità (altro capolavoro è il Trio per archi, op.45). La voce recitante (Sprechstimme) abbandona i canoni marcatamente espressionisti del periodo atonale (Pierrot Lunaire, op.21), in favore di una più fluente e sconsolata (ma non senza momenti vividi, di sdegno e di denuncia) declamazione. Il tessuto musicale accompagna il narratore con una ricchezza di colori non comune, che si rifà agli esiti più felici del Mosè ed Aronne, nonché al concetto (già sviluppato in periodo pre-dodecafonico) di “melodia di timbri” (Klangfarbenmelodie). A volte la musica si sovrappone alla voce, ma mai in chiave antitetica ad essa. Impressionante è l’attacco improvviso del coro, col canto ebraico dei prigionieri che marciano verso il supplizio.
Il pianista di Polanski è, in effetti, un sopravvissuto di Varsavia. Ma cogliamo le due vicende su un piano temporale ed esistenziale diverso: il film ci mostra l’orrore nel suo divenire, nel suo farsi, man mano, disvalore morale; l’opera invece ce lo squaderna in un ricordo che contiene in sé il giudizio già formatosi. Inoltre, la pellicola risulta più efficace nel rappresentare (nella seconda parte) la lunghissima e straziante attesa della fine, sulla pelle del singolo; Schönberg invece si concentra sul dolore della violenza immediata ed asettica nei confronti di chi non ce l’ha fatta.
Quindi, a ben vedere, il vero sopravvissuto è Spillman/Adrien Brody, mentre il narratore dell’op.46 è piuttosto un testimone.

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