E poi tutte le guerre finirono
Le armi di ogni tipo furono messe al bando e le genti le portarono con gioia
in fonderie nelle quali vennero fuse e il metallo fu restituito alla terra
Il Pentagono venne girato su un lato e dipinto di rosso giallo e verde…
Le bandiere nazionali vennero cucite insieme in tendoni da circo colorati
sotto cui si permise ai politici di rappresentare innocenti giochi teatrali…

Questa è la copertina originale del disco di Terry Riley, datato 1969, sul cui retro è scritta la poesia dalla quale ho preso un estratto piuttosto attuale, direi.
La ristampa è uscita oggi in edicola, secondo numero della collezione “ambient” di Repubblica.
Valgono sempre le riserve che ho fatto quando mi occupai di Satie sulla legittimità del rivolgere l’appellativo ambient a qualsiasi musica.
Non mi sento di “recensire” questa uscita se non in maniera telegrafica.
Terry Riley è da molti considerato il pioniere della musica cd. minimalista o ripetitiva. Per primo ha isolato una serie di microcellule sonore, sequenze di poche o pochissime note, e ne ha fatto il fulcro del discorso musicale, eliminando o drasticamente ridimensionando l’idea di sviluppo melodico all’interno di un brano. Le composizioni inserite in questo disco (A rainbow in curved air, Poppy Nogood & the phantom band) sono i brani più noti dell’autore, insieme al celeberrimo In C, del 1967.
La musica di Riley ha influenzato una generazione di compositori statunitensi ed ha varcato platealmente il Rubicone, la linea di confine tra musica classica e musica “popolare”, ripercuotendosi sull’arte di alcune band come i Tangerine Dream (che non a caso hanno intitolato un brano di Phaedra, uno tra i loro album più noti, Sequent C).
Ascoltando questo disco ci ritroviamo in una zona di confine, difficilmente inquadrabile per genere, di fronte alla quale la cosa migliore da fare è abbandonare ogni approccio analitico, chiudere gli occhi e cercare di lasciarsi trasportare dalle suggestioni, date indubbiamente dall’utilizzo di disparati strumenti e dal coacervo di armonie anche orientali o celtiche.
Ciò detto, il mio gusto personale mi fa preferire, tra i minimalisti, lo stile di Philip Glass e di Steve Reich; questo soprattutto per una maggior chiarezza del procedimento di trasmutazione del tessuto musicale – quell’andare da A a B attraverso impercettibili variazioni, su cui già mi soffermai trattando del pianoforte di Philip Glass. Qui, particolarmente nel primo brano, la variazione e lo sviluppo del discorso sembra avvenire non tanto per trasmutazione del tema (della “cellula”), ma per arricchimento del tessuto, attraverso cioè il progressivo ingresso in scena di nuovi strumenti e loops di sintetizzatore che si accavallano l’uno sull’altro.
Un disco gradevole, non so quanto fondamentale.

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