Un’amica mi ha portato a vedere Il pianista, rivedendoselo pure lei con sommo piacere.
Un gran film, imperniato sulla interpretazione di Adrien Brody (La sottile linea rossa, Bread and Roses), che col suo volto scavato è già in grado di per sé di suscitare gli interrogativi dello spettatore sulla crudeltà umana, quasi come la capra della poesia di Saba.
La prima parte scorre più veloce, trascinata dalla violenza degli eventi – violenza resa nella sua pura irrazionalità, senza cedere alla tentazione di indagare nella psiche dei carnefici. Ma è forse la seconda parte del film, con la struggente silenziosa e quotidiana lotta per la sopravvivenza del singolo – ad essere più riuscita ed inquietante. Un gigantesco e dissimulato braccio della morte. Sembra di ripercorrere le ultime pagine di Se questo è un uomo di Primo Levi. E l’accostamento istintivo, semantico, da approfondire da parte mia, è con Un sopravvissuto di Varsavia, di Arnold Schoenberg.
La musica serve soprattutto a caratterizzare la psicologia del protagonista – un non violento, un personaggio delicato (“voi musicisti siete….troppo musicisti“, gli dice ad un certo punto un membro della resistenza) benché attaccato alla vita, che sente il dramma della impossibilità di conservare i suoi affetti o di crearsene di nuovi. Gioca per il resto un ruolo residuale, se non in una scena del film (quella del colonnello tedesco), in cui l’esecuzione della Ballata n.1 di Chopin si staglia come categoria pura dello spirito, in grado di eliminare le differenze, suscitare sgomento ed emozione, salvare l’umanità. Un uso della musica piuttosto iconografico (come nel celebre quadro Beethoven di Lionello Balestrieri, esposto al Museo Civico Revoltella di Trieste – di cui purtroppo ho trovato un jpg minuscolo: l’idea è quella della Sonata a Kreutzer eseguita in una sala d’attesa, ed il cui ascolto muove e commuove gli astanti), ma di sicuro effetto.
Polanski padroneggia la macchina da presa e lascia scorrere la narrazione senza alcun intento di protagonismo.
Da vedere.

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