Giuseppe Verdi, Falstaff.
Fischer-Dieskau, Ligabue, Panerai, Resnik.
Wiener Philharmoniker, Leonard Bernstein.
(CBS- Sony per “Amadeus Lirica”)

versioni alternative:
– Valdengo, Nelli, Stich-Randall, Elmo, NBC Orchestra, Arturo Toscanini (RCA Victor)

Falstaff, l’opera che chiude la meravigliosa vicenda compositiva verdiana, è un’ “opera buffa” a più livelli. Per esempio, è alquanto singolare il fatto che – in tempi discograficamente iperproduttivi – le esecuzioni integrali di rilievo di questa “commedia lirica” da Shakespeare siano solo nove: Toscanini, Bernstein, Karajan, Giulini, Davis, Muti, Solti, Gardiner, e la recente versione di Abbado (con Bryn Terfel) di cui si parla un gran bene.
Certamente ciò non è dovuto ad una caduta di “tono artistico” dell’ormai ottantenne Maestro. Anzi, a detta di chi scrive, la parabola creativa di Verdi conosce le sue due gemme più autentiche negli ultimi due capolavori (Otello e questa).
Falstaff è un’opera spensierata ma profondamente complessa – un patchwork di profonde suggestioni melodiche, tematiche, stilistiche. Spingere lo sguardo a fondo nella struttura musicale ci porterebbe a chilometriche indagini, per cui basti riprodurre e brevemente commentare ciò che Duilio Courir scrive nelle note introduttive a questo doppio cd: “si esprime il culto della forma, e di certi equilibri narrativi e sonori di un musicista che si diverte a fare il musicista“. Equilibri dinamici però: orfani della struttura operistica a scene arie e recitativi, e intesi – questo il divertimento – a conglomerare, spesso con somma ironia, forme musicali diverse tra loro. Musica “sacra”, contrappuntistica, lirica ed idilliaca, con punte di cromatismo alla Tristano e Isotta (la splendida scena delle fate); il divertimento è infine irresistibile nel canzonare amabilmente il tema della Quinta di Beethoven (il “no! no! no! no!” delle comari nel Secondo Atto), e addirittura se stessi, con la presa a prestito che l’abile Quickly fa del “povera donna!” di derivazione Traviata.
Stante quindi la nobiltà dell’espressione artistica (per la verità, i punti in cui si avverte una certa stanchezza d’idee ci sono, ma contenuti), una più plausibile spiegazione della penuria di incisioni sta probabilmente nel magistero di colui che fu il primo interprete discografico, Toscanini, la cui versione è ancora per molti aspetti inarrivabile. Falstaff vuol dire indelebilmente Arturo Toscanini e Giuseppe Valdengo, nello stesso modo in cui Tosca vuole dire Callas, Di Stefano, Gobbi, De Sabata, o Adriana Lecouvreur vuole dire Magda Olivero. Come da leggenda, la Callas – udita la Olivero in teatro – non volle mai essere la Lecouvreur; parimenti, forse, le somme vette toscaniniane hanno disincentivato gli epigoni a misurarsi con questa partitura.
Cosa trovare allora in questa versione? Innanzitutto lo stimolo di un John Falstaff – quello di Dietrich Fischer-Dieskau, qui appena trentaduenne – non convenzionale. Un baritono a quel tempo proveniente soprattutto da esperienze liederistiche schubertiane, che però rimedia (con gli interessi) alla non clamorosa corpulenza vocale con eccelse doti di intelligenza, espressività e padronanza del mezzo. Un esemplare professionista, anche nella pulizia della pronuncia e dell’accento italiano (vero punto dolente di molti pur blasonati interpreti).
A pari merito con la superstar tedesca, abbiamo un fulgido Leonard Bernstein, perfettamente a suo agio col virtuosismo e l’eclettismo che permea la scrittura verdiana, e in grado di dare un taglio mercuriale e entusiastico all’opera, in ciò essendo in perfetta sintonia e continuità con la intenzione verdiana e la lezione toscaniniana. Per questo compito il direttore americano può contare su un’orchestra – i Wiener – sempre all’altezza della situazione.
Viene poi il plotone degli altri interpreti, su cui spiccano il cristallino Ford di Rolando Panerai (che sarà Falstaff nella versione del 1992 diretta da Sir Colin Davis), e sua moglie Alice, interpretata da un’eccellente Ilva Ligabue. Impeccabile e sentita anche la performance di Regina Resnik nei panni di Quickly. Se la cavano bene anche Juan Oncina come Fenton ed una Graziella Sciutti agli inizi di carriera, qui come Nannetta. Le note dolenti vengono invece non tantoe non solo da Meg (Hilda Rössel-Majdan), ma dal terzetto Cajus, Bardolfo, Pistola (Gerhard Stolze, Murray Dickie, Erich Kunz), che mettono a disagio l’ascoltatore per frigidità drammatico-recitativa e soprattutto insipienza nella pronuncia (“giuRRo, che se mi ubriaco ancora all’osteRRia, saRRà…“: il vizio cui accennavo sopra tra parentesi). Purtroppo questa incisione, nella prima scena, per veder coinvolto questo terzetto insieme a Falstaff, parte male. Per poi fortunatamente risollevarsi.
Nel concludere giova ribadire come l’interpretazione di Arturo Toscanini occupi ancora un posto insostituibile nella storia del Falstaff, e non possa mancare nello scaffale di chi vuole accostarsi con criterio a quest’opera. Ciò detto, il giudizio sulla lettura bernsteiniana è più che positivo, ed il suo ascolto può rivelarsi prodigo di emozioni ed utile – anche per la ripresa stereofonica – a dischiudere – nel solco tracciato da Toscanini – ulteriori prospettive di approfondimento e di discussione.
(r.c.)

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