Ho dato corpo finalmente al mio giudizio sul cd e ve lo propongo:

Erik Satie: composizioni per pianoforte – Aldo Ciccolini.
EMI per Repubblica (collezione “Ambient”)
Registrazioni 1983 – 1986. Digital recording.

La discussione sul carattere “ambient” della musica di Satie nasce da una frase dello stesso Autore, riportata nel libretto del cd: “Non date importanza alla musica, comportatevi come se non esistesse. Essa ha la sola pretesa di contribuire alla vita, proprio come una conversazione privata, un quadro in una galleria, la sedia su cui siete o non siete seduti“.
In realtà, ogni esperienza multisensoriale annovera più suggestioni, ciascuna delle quali è sottofondo delle altre. Tutte in sostanza, con intensità pari o dispari, “contribuiscono”. Mi limito ad osservare che questo tratto di (apparente?) svalutazione della nobiltà musicale in rapporto all’ambiente, all’occasione etc. potrebbe essere applicato – ma di fatto non lo è – anche ad ogni musica da camera, alla Wassermusik di Händel, alla Tafelmusik di Telemann, le amatissime Variazioni Goldberg di Bach e via dicendo. Secondo me l’equivoco che porta a considerare come “ambient” il pianoforte di Satie e non, per esempio, la Sonata a Kreutzer di Beethoven, è dato (al di là dei preconcetti, che come tali non ci interessano) dalla presunta identità tra carattere “di sottofondo” e semplificazione del discorso musicale, strutturale o timbrico.
In sostanza, quanto più un brano è “facile”, tanto più sarebbe votato ad un ascolto distaccato o distratto.
Ecco perché si porta costantemente come argomento il binomio delle tre (famose) Gymnopédies e delle sei Gnossiennes, con il quale si apre il disco. Sono brani in cui la linea melodica è essenziale (ma non per questo poco affascinante), e la mano sinistra ondeggia a mo’ di metronomo tra accordi dalla funzione più ritmica che narrativa.
Per assurdo però – e fortunatamente –  l’interpretazione che Ciccolini dà di queste opere giovanili (siamo nel periodo 1888-1893) è ben lungi dall’essere facile, distaccata o di contorno – potremmo definirla assertiva: indagatrice delle valenze liriche, ricca di colore, sapiente nel distribuire gravità e leggerezza di tocco. La stessa scelta dei tempi (7’43” per le tre Gymnopédies contro i 15’51” di Reinbert de Leeuw per la Philips Classics, ad esempio) è piuttosto indicativa al riguardo.
Proseguendo, ci imbattiamo in una netta cesura: lavori più maturi (anche se meno noti), che s’incardinano nel Novecento – e si sente. I titoli sono sempre più suggestivi (quasi fossero essi stessi l’immagine, il quadro accanto al quale la musica fluisce), ma quel che più conta è il venir meno della presunta facilità formale che avevamo dubitativamente postulato. Sono brani elaborati e ricchi. Si ha l’impressione che il carattere disimpegnato di questa musica sia solo asserzione e pretesto, e che in molte parti essa riveli una bellezza non comune. Leggerezza e densità.
Forse, ed ancora paradossalmente, i brani meno incisivi ed evocativi sono proprio quelli in cui troviamo una drammaticità talvolta un po’ forzata e didascalica (Croquis et agaceries…, Embryons desséchés, Sonatine bureucratique, nonché le due composizioni a quattro mani, con Gabriel Tacchino), mentre gli esiti più alti sono da ricondurre agli Avant-dernières pensées – nei quali la ricercata imitazione stilistica dei dedicatari (per primo il Debussy di Children’s Corner – The snow is dancing) non osta alla raffinatezza del discorso – e soprattutto ai Cinq nocturnes, splendidi, l’ultimo dei quali testimonia la tensione cui è sottoposto in quegli anni l’involucro della tonalità (peraltro già pionieristicamente spezzato da un decennio, nel 1909, dai Drei Klavierstücke op.11 di Schönberg)
Concludendo seccamente, un’ottima e tecnicamente ineccepibile prova d’autore quella del pianista italo-francese, che avvalora e dà lustro ad una musica di grande intensità, niente affatto comprimaria nel panorama musicale moderno. A voi il ripulirla dai pregiudizi.

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