Omaggio a sir Maxwell Davies

Allora, venerdì 29 al Goldoni abbiamo ascoltato quattro composizioni di cui tre alla prima italiana.
Ben eseguito ma non esaltante il Quartetto con pianoforte, con Bruno Canino e tre membri del Contempoartensemble. Dedicato all’amica scomparsa Gunnie Moberg, che – come il compositore – risiedeva alle Isole Orcadi, il quartetto presenta un carattere lugens che si traduce in un andamento raffinato ed equilibrato tra i vari strumenti ma alquanto monocorde, ravvivandosi appena sul finale.
Di ben altro spessore il capolavoro proposto a seguire, la Missa super L’homme armé del 1968, in cui la nota melodia rinascimentale si smembra e smembra la parallela narrazione sacrale-evangelica con una scrittura ricchissima, ora austera ora pop. Eccellente l’esecuzione del Contempoartensemble diretto da M. Ceccanti, su tutti svettando i voli del violoncello di V. Ceccanti, mentre la voce recitante di Quirino Principe esaspera a mo’ di collante la tensione drammatica per risolversi, sulla parola “traderunt”, in un Abschied accusatorio verso performers e astanti.
Dopo l’intervallo una Sonata per violino e pianoforte interessante, eclettica, caratterizzata da intento programmatico (si tratta di una passeggiata romana dalla Chiesa Nuova del Borromini al Gianicolo) e, musicalmente, da una tessitura molto alta destinata al convincente violino di D. Ceccanti.
Si termina con alcune Danze scozzesi (da The Two Fiddlers), episodi leggeri che scorrono via senza troppe pretese e rinnovano soprattutto l’apprezzamento per la verve violoncellistica di V. Ceccanti.

Oltre a celebrare doverosamente il 75° compleanno di Sir Peter, una serata preziosissima per addentrarsi nell’opera di un compositore la cui importanza non trova adeguato riscontro nei cartelloni.

O Nume tutelar…

Prima della recensione dell’evento di ieri, doveroso uno statement di emozione per avere conosciuto il Nume dei critici.
Prima della rappresentazione il mio s-bigotti-mento mi ha giocato uno scherzo. Tacito, solo, sanza compagnia in una sala ancora semivuota, mi rammaricavo via sms in questo modo: mica pretendo Charlize, ma che nella fila dietro, deserta tranne un posto, ci debba essere proprio un prete m’inquieta… Poi mi accorgo che "il prete" sale sul palcoscenico e allora lo riconosco: è Quirino Principe che (metodo Stanislavskij?) ha indossato un abito talare per il ruolo di voce recitante nella Missa super l’homme armé di Maxwell Davies (piatto forte della serata di ieri, ne parleremo). Ah ah!
Dopo la sua mercuriale performance ho preso animo, mi sono congratulato e abbiamo scambiato alcune parole, mi ha pure autografato il libretto (cliccate sull’immagine per ingrandire) definendosi non "nume" ma demone/daimon :-)

Patto di sauna

Domenica faceva un caldo boia e sinceramente se qualcuno, conquibus alla mano, avesse disperatamente voluto il mio biglietto per l’opera, avrei tentennato un po’. Sarebbe stato un peccato perché mi sarei perso una piacevole rappresentazione della mia tanto amata contemporanea.

Patto di sangue, opera che nel titolo del post è storpiata mercé la temperatura all’interno del Teatro Goldoni, è costituita da due quadri liberamente tratti dai drammi di Ramón del Valle-Inclán: La rosa di carta e quello che dà il nome all’opera. Il libretto è di Sandro Cappelletto e la musica di Matteo D’Amico. Regia di Daniele Abbado. Con questo titolo commissionato ad hoc il Maggio porta avanti un notevolissimo “progetto opera contemporanea” che si è snodato attraverso nomi eccellenti nella composizione e nella regia: dopo la meravigliosa Antigone Fedele/Martone e l’affascinante Phaedra di Henze, quest’anno ci siamo trovati a fare i conti con un’entità scindibile, bipartita, nella quale le due metà sono perfettamente isolabili e accomunate solo da una contingenza scenica (oggetti che piovono dall’alto e si conficcano al suolo). Leggi l’articolo completo

favola di Fedra

riuscirà il nostro eroe, in ritardo di una settimana causa force majeure, a dire qualcosa di sensato? Confido nella positiva, dato che si è trattato di un’altra bella rappresentazione, arricchita visivamente dall’ambientazione in un Goldoni sempre affascinante e dal pubblico disciplinato.
Opera od operina, oppure rappresentazione munita di voci, dire non so: certo ci troviamo di fronte ormai ad una vocalità strumentale, che non viaggia per arie o numeri chiusi, superandone anche gli ultimi residui quali il Lied der Lulu. Dall’altro lato, visto che ho citato Berg, nello stile di Henze si ritrova molta parte del carattere lussureggiante della scrittura del Nostro Venerato, come pure (e questo anche in Stravinskij o Sostakovic, per carità) la capacità di inglobare forme codificate come il bolero (ben nitido in Phaedra).
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