the Vienna years

l’Adagio (e fuga) K.546 di Mozart, eseguito a tutta orchestra nel marzo 1947 dai Wiener Philharmoniker diretti da Karajan ha un impatto drammatico spettacolare, pienamente romantico nonostante la matrice "bachiana" della composizione. Alla faccia dei filologi ad ogni costo, vorrei dire.

Ma non lo dico. Rifletto, piuttosto su come una parte rilevante del magistero del nostro Herbie sia quella di svelare sonorità (coerenti con la sua parabola creativa ma) non strettamente sottese allo stile del compositore preso in esame, anticipatrici o meno che esse siano. Vedasi anche la resa del Preludio di Aida del 1959, quella con la Tebaldi: «Karajan – scrive Giuseppe Rossi in una sua nota discografica – esalta proprio le deviazioni della partitura dalla tradizione melodrammatica italiana sottolineando lo sfarzo della dimensione spettacolare e allo stesso tempo la sensualità di una ricercatezza timbrica che si lega ai modelli dell’opera francese e tedesca».
In un impeto di generosità, vi elargisco entrambi gli ascolti qui sotto, in ordine di apparizione.
Anni gloriosi per la storia dell’interpretazione.



Silva S. e i ragazzi del serraglio di Numa Hava

il cospicuo approfondimento di Amfortas, con tanto di discografia, sull’opera Ernani, e che ovviamente vi invito a leggere e tesaurizzare [edit: quando sarà riportato su wordpress], giunge a fagiolo per illustrare il dettaglio fondamentale (smile) di quest’opera, che molti conoscono ma che mi piace sempre tirare in ballo.
Tutti hanno letto il Giornalino di Gianburrasca e si ricordano la marachella (8 ottobre) delle cartoline che, opportunamente commentate dalle sorelle, Giannino recapita ai non proprio irresistibili pretendenti delle stesse, con immaginabili conseguenze.
In quella di Carlo Nelli (nel disegno), ad esempio, c’è annotato Vecchio gommeux.
Su un’altra, riferita ad un ragazzo con la voce baritonale, appare il commento Pare il Vecchio Silva Stendere! com’è buffo!
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Opéra-72-minutes

Innominabile, sì. Ma anche heautetimoroumené: punitrice di se stessa. Per essere, come spesso si sottolinea, un patchwork di cose sublimi e cose dozzinali. In cui zingarelle mercuriali e guerrafondaie, al punto da sembrare nipotine di Bush, s’intromettono tra serrate ed austere agnizioni; come un panino al lampredotto in una cena di bouillabaisse chez le Vistamar, dominando Montecarlo. La logica, peraltro, era evidente: divertire, ed allentare ecletticamente la tensione, in modo da conservare l’interesse fino in fondo. E sembra aver sortito effetti – nelle quattro ore di “servizio”, compresi intervallo e cambi scena – anche tra il pubblico attuale: una biondina adolescente due file dinanzi a me, esaurita la riserva di attenzione, ciondolava lungo il terzo atto. Avrà tracciato mezzo miglio con la testa. Sulla scena del venditore ambulante si è calmata. Leggi l’articolo completo

sf*ga e contromisure

Ai superstiziosi dico subito di non scappare a gambe levate da questo scabrosissimo post, perché ho pronto un suggerimento.Insomma, domani l’altro, con la prova generale pomeridiana, apre al pubblico l’allestimento fiorentino dell’OVI (Opera Verdiana Innominabile), spesso indicata con giri di parole “l’opera verdiana che debuttò a San Pietroburgo” o con assonanze lasciate alla fantasia di ognuno. Io me ne sono coniate tre: vegetariana (“la verza nel cestino”), sartoriale (“la forma del vestito”), liceal-softcore (“la porca del festino”, ovviamente di mia preferenza).
In realtà ero partito con le migliori intenzioni di non curarmi di questo tabù; ma alla prima (ed ultima), timida sortita del nome vietato fronte a qualche musicista, mi hanno fatto pentire di essere nato!
Inutile dire che, oltre al nome, anche l’opera in sé induce molti ad un’inveterata tensione anticipatoria del peggio.
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