About Roberto R. Corsi

poeta extra-comunitario, critico.

barchette ecologiche costo zero

forse madre natura aveva previsto l’uscita di Ombretta Colli da Lerner ieri sera («suvvia, chi è che non ha mai fatto una vacanza in barca?» e mezzo studio alzò la mano. Ci fossi stato io le avrei chiesto se valeva anche il canotto), e ha voluto garantire barchette per tutti. Sta di fatto che in un mordi e fuggi versiliese ho potuto constatare e fotografare la massiccia moria di velelle, o barchette di San Pietro (Velella velella), fenomeno che sta interessando il Tirreno in questi giorni. Dalle “mie” parti non si è forse arrivati alle quintalate del genovese, del livornese o della Sardegna, ma il ritrarsi dell’onda ha portato una striscia azzurra che si protrae incredibilmente a perdita d’occhio. Si tratta di piccole e graziose meduse completamente innocue in tutte le loro parti, che daranno da fare ai bagnini perché dopo poche ore al sole puzzano notevolmente, quindi se non le rimuoveranno in tempo rischiano di rovinare la “calata” del primo maggio. Alcuni biologi valutano la sovrabbondanza di velelle positivamente, un segno che il mare è in salute; a me sembra più che altro un indizio che la temperatura marina è un po’ più alta delle medie stagionali.
Ecco le mie foto (cellulare + tempo nuvoloso = bassa qualità).

ei fu siccome IGNOBBILE

splinderlogo

un povero logo appena divenuto orfano...

come annunciato, da pochi minuti splinder.com ha ufficialmente chiuso i battenti e se ora seguite il link troverete la home page di peeplo (che lì per lì credevo fosse un brand di Cetto La Qualunque). Bah, odio l’erosione di periodi della vita, ma la vita di questo è fatta. Una prece. Per lo meno i redirect effettuati per tempo funzionano e, al momento, digitare blogregular.splinder.com vi porta ancora qui.
So long, splinder. Sit tibi trashcan (cestinum?) levis.

playlist by Rabelais

gargantua
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quando un libro, oltre a fornirti decine di pillole di saggezza, si rivela principio ispiratore perfino di molta letteratura musicale in pieno spirito “anticlassico”, capisci che è un libro sapienziale all’ennesimo grado.

Poi mi pulii con la salvia, il finocchio, l’aneto, la maggiorana, le rose, le foglie di zucca, di bietola, di cavolo, di vite… (Libro I cap. XIII)

Roberto Benigni, Inno del corpo sciolto

 

…e [Pantagruele] diede loro il nome di Pigmei. …questi mozziconi di uomini (che in Scozia chiamano manici di frusta) sono facilmente collerici. E la ragione fisica è che hanno il cuore molto vicino alla merda. (Libro II cap. XXVII)

Fabrizio De André, Un giudice

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walking down George Potters’ corridor…

finestra

"ehi tu poveraccio, vai pure per Ponte Vecchio ma stai attento a non malignare ahn, i Signori ti spiano..."

e così ce l’ho fatta a visitare anche il Corridoio Vasariano. Una leggera impasse all’ufficio prenotazioni (chi aveva raccolto la mia, qualche settimana fa, si era scordato di darmi il codice e mi han dovuto ricercare sul pc), ma tutto è filato liscio. Siamo, lo ricordo, ancora nel MRM™ (Mese di Riappropriazione Museale, che si protrae, a naso, almeno fino alla prima decade di febbraio) e quindi l’entrata agli Uffizi è stata agevole, e ho fatto un piccolo refresh di alcune tele.

Anche stavolta ho “bucato” la Battaglia di San Romano, che – se non faccio confusione – è in restauro ormai pluriennale, e mi sono limitato al piano principale senza “scendere” al primo appuntamento con le Nuove Sale, per non stancarmi né allontanarmi troppo dalla Sala 25 (quella del Tondo Doni, accanto all’ingresso della quale parte il tratto Uffizi-Pitti del corridoio). Rilevo che tramite il sito – a differenza della Galleria d’arte moderna per cui, come abbiamo visto, i problemi sono di ordine non tecnico ma organico – qualche informazione su alcune opere non visionabili (Adorazione dei magi, sala della Niobe) viene data. Ci vorrebbe una lista più capillare e aggiornata, ma in compenso la buona notizia è che il maxirestauro della Tribuna (“fine lavori prevista per l’estate 2011″, si legge nel pannello informativo…) ha fatto sì che i suoi capolavori venissero spostati in una sala del terzo corridoio… bene, finalmente li ho rivisti “in casa” con una luce decente e a una distanza appropriata! E proprio il reincontro con Bia (ammirata l’ultima volta “in trasferta” a Palazzo Strozzi, e mi accorgo ora di avere clamorosamente omesso di darvi conto della splendida mostra), assieme a una riconsiderazione più attenta dei meravigliosi accostamenti cromatici intercorporei nel Compianto, sempre del Bronzino (questo nella sua sala 27), ha costituito l’acme di questo quick tour.

Per quanto riguarda il Vasariano, che è lungo più di un chilometro e con tutte le sue difficoltà di snodo e costruzione è stato realizzato in cinque mesi (oggi in 5 mesi non si finisce manco un box auto), devo dire che ho trovato una guida molto chiara nell’esposizione (di nome Rossella, se non erro) e 24 compagni di escursione attenti, silenziosi e circospetti nel passo, e non è poco. In estrema sintesi, i miei pre-giudizi ne sono usciti rovesciati. Leggi l’articolo completo

celie Palatine (e non solo)

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Il giardino di Boboli visto dal corridoio d'entrata della Palatina. Mi scusino i veneti per lo scempio dialettale, ma mi viene in mente Balasso: "Ciao poeràcio, varda che vista da la mia terrassa"

ovvero sbobinatura delle annotazioni durante una visita nel corso del Mese di Riappropriazione Museale (MRM™)

Erano davvero secoli che non tornavo alla Palatina.
Entrée ansiogena perché mi viene incontro la temporanea Bella Italia, che però all’inizio mostra cose fiorentine bellissime ma – tranne questo Masaccio – viste e straviste (Uffizi Bargello etc.) e cose torinesi scarsamente rilevanti.
Temo che mi abbiano fregato ma poi fortunatamente trovo il corridoio e inizia la visita vera e propria.

L’ambiente è ideale, pochissime persone e quelle poche si affrettano perché è ora di pranzo: siamo in pieno clima di riappropriazione. Bene.
Quasi subito una vecchia conoscenza: Furini (penalizzatissimo dalla illuminazione, che per tutta la Palatina è antica e sparata sulle tele), più un Rubens e un Rosso Fiorentino. La magnificenza del Soffitto delle allegorie mi distrae un po’.
Mi chiudono alle spalle una sala alla mia uscita. Comincio a sospettare che la copertura organico del personale abbia qualche problema di carenza…
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in questo lieto e fortunato giorno…

…in cui cade l’anniversario del mio più ardimentoso bagno invernale in mare (sic), in cui tradizionalmente ci si vota alla diretta della prima scaligera… si festeggia (esattamente all’ora di questo post) anche il NONO (sic) compleanno di quello che fu BLOGregular puntosplinder puntocom. Quale data migliore per tirare nuovamente su il bandone e darvi il benvenuto?

Scusate, c’è ancora un po’ di lavoro da fare, ma conto di sbrigarmela in qualche mese, e rimpinguare (a ritmi lenti) il carniere delle cose notevoli di cui parlarvi.

Per cui buon soggiorno… date pure un’occhiata in giro e… aggiornate i segnalibri: bobregular riparte da qui.

Affare Makropulos al MMF: oltre le gambe c’è di più?

Leoš Janáček (1854-1928)

Torno al Comunale, dopo un’assenza di quasi un anno e mezzo, per L’affare Makropulos di Leoš Janáček. Accantonata la scaramanzia (vedi qui e soprattutto qui), l’occasione era ghiotta anzi irrinunciabile per assistere a un’opera che, dal 1960 a oggi, è stata rappresentata in Italia solo dodici volte compresa la presente, di cui tre (inclusa la première italiana del ’66) meritoriamente proprio a Firenze. Andato in scena per la prima volta nel 1926, il “Makropulos” deriva letterariamente dalla commedia di Karel Čapek (famoso anche per avere ideato la parola robot), e gravita intorno alla figura femminile di E.M., étoile della lirica, viaggiatrice suo malgrado, altezzosa, algida. Curioso e contraddittorio personaggio, nei primi due atti del tutto anticipatore della Lulu berghiana (che arriverà quasi un decennio dopo, incompiuta), o se volete, del pari riecheggiante l’antieroina di Wedekind (che invece scrive tra il 1896 e il 1904 i due drammi da cui è tratta la Lulu) nella sua forza magnetica e distruttiva verso il sesso opposto. Leggi l’articolo completo

Intermezzo

…A capo della fanteria c’era il tenente Zubarev. Prima della guerra aveva studiato canto al conservatorio. Certe volte la notte si avvicinava furtivo alle case dei tedeschi e intonava: «Non mi ridestare, alito di primavera» o l’aria di Lenskij.
Quando gli chiedevano perché si inerpicasse e cantasse sulle macerie a rischio della vita, Zubarev si limitava ad allargare le braccia. Forse voleva dimostrare non solo a se stesso e ai suoi compagni, ma anche al nemico, che chi distrugge deve comunque arrendersi alla bellezza della vita anche là dove il lezzo di cadavere ristagna giorno e notte.(da Vita e destino, di Vasilij Grossman, Adelphi, 2009, pag. 243)

Baum ohne Schatten

Due sabati consecutivi "senz’ombra".
Dopo le complesse e alla fine festanti evoluzioni targate Strauss/Hofmannstahl, si cambia completamente registro.
Qui l’ombra manca perché l’albero che produce la castagna boliviana – denominazione commercialmente trasfusa nel più fashionable "noce brasiliana" – ha foglie corte e altissime, dunque non offre ristoro ai lavoratori. Anche questa piccola dignità corporea – oltre all’ombra lunga del ricordo – sembra negata ai campesinos del Pando, evocati nel magnifico assolo di César Brie, Albero senza ombra, cui ho potuto assistere (nell’ultima data) lo scorso weekend all’Istituto Francese, nell’ambito di Fabbrica Europa. Brie era presente anche l’anno scorso, col Teatro de Los Andes e la rilettura omerica; stavolta torna in prima persona con una produzione di Pontedera Teatro.
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Senz’ombra (di dubbio)

Sabato sera ho assistito alla seconda e ultima rappresentazione della Donna senz’ombra (Die Frau ohne Schatten) al Maggio Musicale. Come sapete essa era stata inizialmente cassata per l’agitazione promossa dai lavoratori del Teatro, ma venerdì c’è stato un ripensamento deciso "per amore della città di Firenze e degli appassionati di musica". La situazione è e rimane tesa, soprattutto perché è in stallo: prendendo a prestito il libretto, pietrificazione che non accenna a smuoversi è la sordità dei piani alti, inasprita da emblematiche generalizzazioni di certa stampa militante.
Che succederà? Spero di essere smentito, ma temo ben poco a favore dei lavoratori del settore e degli appassionati: c’è da scardinare un dato che è antropologico prima ancora che politico o congiunturale  (della cultura, nel palazzo, ormai frega a pochi se non a punti) e che si propaga viralmente "grazie" all’appiattimento dei media.
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